Mostra a cura di Enrico Perotto
30 agosto - 27 settembre 2026
inaugurazione domenica 30 agosto 2026 alle ore 11
Sabato e domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30
Da martedì a venerdì su appuntamento (33346513469)
Ingresso libero
Cappella del Ritiro della Sacra Famiglia
piazza del Belvedere - Dogliani (Cuneo)
[dal comunicato stampa]
La mostra “Figurazioni. La
giostra della vita. Opere 1984-2026” si presenta al pubblico come
il trentunesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della
rassegna “OMG -
grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che
proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in
numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni
2025-2026.
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La mostra personale intitolata “Figurazioni. La giostra della
vita. Opere 1984 – 2026” presenta al pubblico una selezione
di ventun dipinti che documentano alcuni dei temi iconografici che
più caratterizzano l’espressione figurativa tipica dell’artista
cebano, a partire dalla condizione estrema dell’uomo o di Cristo
oltraggiato e costretto ai patimenti della morte in croce, ma anche
quella altrettanto crudele e simbolica del “bove squartato”.
Dunque, è ben presente il registro esistenziale contrassegnato da
inquietudine e sofferenza, a cui si affianca anche l’esplicito
riferimento al messaggio evangelico, testimoniato da uno studio della
composizione del mosaico raffigurante la scena della Tempesta
sedata, realizzata nel 1985 per la facciata della Chiesa del
Sacro Cuore di Mondovì Altipiano. Tra le “intenzioni pittoriche”
di Tanchi, profonde e insistenti nell’arco dei suoi oltre
settant’anni di attività artistica, che sono presenti
nell’esposizione doglianese, insieme ai dolenti crocifissi,
spiccano i temi delle mani, delle farfalle, dei gabbiani, dei
cavalli, delle sirene e dei velieri, tutti elementi iconografici che
alludono a una ricerca individuale che parte da una data realtà
figurativa e che procede per successive sottrazioni, sovrapposizioni
e cancellazioni, indirizzandosi verso un altro e diverso orizzonte di
immagini, che si presentano allo sguardo limpido del pittore come
nuove e sorprendenti individuazioni formali, una sorta di altrove
percepito o inseguito nello svelarsi di un sogno a colori. Si tratta,
come ha scritto Imo Benelli nel suo testo monografico dedicato a
Tanchi Michelotti e pubblicato in Sei pittori monregalesi del
1972, di “direzioni di ricerca” che si comportano come “motivi
per trovare nuove soluzioni costruttive, per riscoprire un senso
plastico e soluzioni coloristiche inedite. Pochi, come Michelotti,
sanno trarre dalle pennellate tante possibilità espressive, non
retoriche, però, né spettacolari; pennellate vive, scorrevoli e
libere, di una sostanza cromatica densa, preziosa, ma senza facili
piacevolezze”. La pittura per Tanchi non può fare a meno
dell’oggetto reale o dei valori illustrativi del quadro: è una
costante del suo pensiero visivo che può anche fargli correre il
rischio di essere considerato un pittore all’antica, ma tant’è.
È una sorta di pregiudizio critico a cui non si sottrae. Per lui non
ci può essere solo astrazione, perché sente impellente il bisogno
di alludere a una presenza figurale.
Pertanto, egli si affida alla rassicurante riproposizione di pretesti
compositivi, dando luogo ad accadimenti formali che si ripresentano
ogni volta nello stesso modo e ogni volta assiste allo spettacolo
dell’avverarsi di una variazione nella ripetizione. È il fascino
misterioso della pittura. Si può partire da un qualsiasi tema che si
accenna sulla tavola macchiata (mai iniziando da una superficie
bianca) lavorata in orizzontale e poi trovarsi a girare sottosopra
l’immagine e ricominciare a far nascere un altro quadro. Ciò che
Tanchi persegue non è tanto la definizione oggettiva di ciò che
rappresenta, quanto piuttosto il processo di germinazione delle idee
coloristiche e formali che gli sono proprie e che sono il frutto di
un fare e rifare, di un coprire e di uno scoprire, di un passaggio da
un sistema strutturale ad un altro, per giungere ad una sempre nuova
dimensione visiva delle immagini, la cui improvvisa apparizione è
anelata e inseguita, fino allo svelarsi di un possibile altrove. I
colori briosi della sua tavolozza, caratterizzati da tonalità
accese di giallo, blu, beige, rosa, azzurro,
verde, rosso, arancio e turchese, gareggiano con i
segni tracciati direttamente con i tubetti, come se fossero gessetti,
fatti scorrere sulle asperità dei supporti. Talvolta tra le mani di
Tanchi compare una lametta da barba, utilizzata per raschiare via
porzioni di colore che si trasformano in punti di luce
particolarmente evocativi. Ed ecco l’opera finita: un atto di
invenzione rapidissimo, una nuova realtà di figure sentite come
forze vitali e intensamente poetiche.
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Tanchi (Piero) Michelotti è nato il 10 marzo 1933 a
Ceva (Cn), città alla quale è legata la sua lunga carriera
artistica e di insegnante e in cui si è accostato precocemente al
disegno di fronte al contesto naturalistico, sviluppando uno stile
espressivo personale e incisivo. Lui stesso si è autodefinito
“pittore all’antica” che opera “con lo zelo del dilettante e
la libertà dell’autodidatta”. Tuttavia, dopo gli anni del liceo
che ha frequentato a Savona (dove ha potuto conoscere e frequentare
gli artisti locali e molte presenze internazionali attive nel mondo
delle ceramiche di Albissola), a partire dal 1951, ha proseguito gli
studi per due anni presso la Facoltà di Architettura di Torino,
seguendo i corsi di disegno dal vero tenuti dallo scultore Emilio
Musso e dal pittore Teonesto Deabate, e si è poi laureato in Lettere
con una tesi in Storia dell’Arte sull’architettura di
Michelangelo Garove. A Roma, ha collaborato alla RAI con il critico
cinematografico Fernaldo Digiammatteo, effettuando “conversazioni”
radiofoniche su argomenti artistici e realizzando la copertina e i
disegni dell’opuscolo pubblicato dalla ERI - EDIZIONI RAI come
supplemento al “Radiocorriere TV”, n. 40, settembre 1960, con la
Stagione di Prosa 1960-1961. Le grandi produzioni della TV.
Nella capitale, ha incontrato anche Carlo Levi, compagno di scuola
della madre e di una sua zia. A Torino, è entrato in contatto con i
circoli intellettuali e gli artisti di spicco della città negli anni
Cinquanta, come Enrico Paulucci, Ezio Gribaudo, Marziano Bernardi,
Luigi Carluccio, Angelo Dragone e altri ancora che ne hanno
riconosciuto il talento originale, continuando a praticare l’attività
pittorica senza inseguire mode di nessun genere o indulgere in
provocazioni e sperimentazioni fini a sé stesse. Ha stretto amicizia
con Romano Reviglio, disposto ad abbandonare la carriera da avvocato
per dedicarsi del tutto alla pittura. Si è rivolto a esperienze
culturali sia lontane che vicine, dall’Ottocento piemontese a
Picasso, Braque o a Marino Marini, Cassinari o Afro, per accennare
solo ad alcune delle sue “scelte istintuali”, che in origine
sconfinano pressoché nell’astrazione. Non sono mancate le puntate
fisse alla Biennale di Venezia. Ha sperimentato svariate tecniche di
esecuzione: dalla terracotta all’incisione (numerose le stampe
xilografiche, fra cui una serie di 5 vedute di Ceva del 1969, e
quelle litografiche), dalla pittura a olio (su cartone, tela o
tavola) allo smalto e dalla pittura murale al mosaico, con cui nel
1985 è stato realizzato l’intervento decorativo sulla facciata
della Chiesa del Sacro Cuore di Mondovì Altipiano, raffigurante
la Tempesta sedata, tratta dal Vangelo di Matteo (8,
23-27; 14, 22-33), preceduta da numerosi studi a penna e a tempera.
Ha conseguito diversi premi e ha partecipato a numerose mostre
personali e collettive in Italia e all’estero, a cominciare dalle
Mostre Universitarie Torinesi, curate da Lucio Cabutti, dal 1954 al
1958, e quelle del Piemonte Artistico Culturale, dal 1958 al 1960. La
sua prima personale presentata da Ezio Gribaudo si è tenuta nel 1958
alla Società Operaia di Ceva, località nella quale ha scelto di
tornare a vivere alla fine degli anni Cinquanta, in controtendenza
rispetto ai lusinghieri apprezzamenti critici ricevuti nell’ambiente
torinese. Il suo linguaggio espressivo si è progressivamente
allontanato dalla sensualità materica pressoché monocromatica delle
opere giovanili per approdare ad un’asciuttezza di stile e ad una
tavolozza accesa di colori primari e complementari a contrasto tra
loro, con cui procede nell’analisi di determinati elementi della
realtà: dai pupi ai cavalli, dalle bambole ai treni, dagli uccelli
ai paesaggi, dalle nature morte ai velieri, dalle biciclette agli
strumenti musicali, dai corpi umani alle giostre. I tratti lineari
dei contorni sono eseguiti con i tubetti dei colori usati come
gessetti che scorrono direttamente sulle asperità sulle superfici
dei supporti con andamenti sciolti ed essenziali, guidati da
un’ispirazione intimista e lirica, con cui coglie, in spazi
rarefatti costruiti con rigore compositivo, il ritmo cadenzato di
ciascun elemento formale, come quello impresso negli eleganti
vascelli rappresentati in coppie sovrapposte, o nelle serie ripetute
di farfalle dalle ali dispiegate e di cavalli sinuosi ed eleganti o
ancora nell’esperienza tragica della morte di un volatile, a cui si
affianca quella dell’uomo in croce. Nel 1959, ha partecipato a due
collettive del gruppo “Il Crogiuolo”, la prima in febbraio al
Circolo Sociale di Fossano e la seconda in marzo alle Cartiere Burgo
di Verzuolo. Sempre in marzo dello stesso anno, ha allestito una
personale alla Libreria Moderna di Cuneo con presentazione di Orio
Gregori e Ugo Traversa. Nel 1963, è stato ospitato nel Salone Rosso
di Fossano, presentato da Carlo Morra. Nel 1965, è stato invitato da
Romano Reviglio nella sua Galleria del Falò ad Alba. Sono seguite,
quindi, altre personali allestite a Bra, Mondovì, Cherasco, Ceva,
Milano, Garessio, Genova, Alba, Cuneo, Carrù, Sale San Giovanni,
Torino, Monte Carlo, che hanno documentato il procedere temporale
della sua ampia e sfaccettata attività. Con Ernesto Rebaudengo ha
creato e contribuito alla crescita dell’allora Inapli (Istituto
nazionale per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori
dell’industria), oggi Centro di formazione professionale, dove ha
insegnato a lungo, prima del concorso per dirigere il Centro di
Cuneo. Si è distinto per il suo amore nei confronti del teatro e per
il suo senso civico, impegnandosi come assessore in Comune a Ceva e
come presidente della Commissione Cultura in Consiglio provinciale. È
stato, inoltre, fra i fondatori del Gruppo Micologico Cebano. Negli
ultimi decenni, si sono succedute personali allestite a Milano,
Genova, Torino, Monte CarloNel settembre del 2003, il Comune di Cuneo
gli ha dedicato una retrospettiva in Palazzo San Giovanni,
intitolata Tanchi Michelotti. Cinquant’anni di “bonne
peinture”, curata da Roberto Baravalle, Ida Isoardi e Fulvia
Giacosa. Nel 2004, ha allestito una personale in Palazzo Salmatoris a
Cherasco (Cn), con testo in catalogo di Martina Corgnati. Tra
settembre e ottobre del 2005, ha tenuto la personale Cavalli
sirene e altre cose nell’Auditoriun della Fondazione Cassa di
Risparmio di Bra. Tra marzo e aprile 2006, si è svolta la personale
Autoritratto per metafore nello Spazio di Santo Stefano a
Mondovì (Cn), con il coordinamento di Carlo Pellegrino. Nel 2011,
sono state organizzate due personali, la prima in aprile a Casa
Delfino a Cuneo e la seconda tra maggio e giugno presso Il Busto
Mistero di Alba (Cn), in collaborazione con l’Associazione
Culturale Giors Melanotte. Nel 2012, ha esposto presso Fas, in
Palazzo Cauda, a Cuneo. Nel 2013, è presente tra marzo e aprile
nello spazio espositivo del Banco Azzoaglio di Ceva e tra settembre e
ottobre presso la Biblioteca Civica “A. Bertrand” di Ceva. Nel
2015, una sua personale è stata ospitata nella Cantina Comunale di
La Morra (Cn). Nel 2012, è stato prodotto il film Tanchi.
Autoritratto, a cura dell’Associazione Culturale Geronimo
Carbonò, realizzato da Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo, e nel
2018, presso il cinema Borsi di Ceva, è stato presentato il
documentario Tanchi. Il pittore, l’uomo di Sandro Bozzolo,
promosso dal Banco Azzoaglio e patrocinato dal Comune di Ceva