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venerdì 7 maggio 2021

Un wallpainting per la scuola secondaria di Madonna dell'Olmo

 


E' arrivato a Cuneo il noto Federico Massa, aka Iena Cruz, oggi uno dei più noti e celebrati muralist, street artist e set designer sulla scena internazionale.

Giungo dalle pareti della casa di Milano a quelle degli edifici di tutto il mondo: nonché ora  l’eroe de “Il mondo cambia. E noi?”, progetto del Comune di Cuneo, vincitore del Bando Distruzione della Fondazione CRC, realizzato in collaborazione con Art.ur e la curatela di Andrea Lerda.

Iena Cruz si è imbarcato in un imperdibile viaggio in soccorso dell’ambiente, che trasformerà le pareti esterne dell’Istituto Comprensivo Oltrestura, del quartiere Madonna dell’Olmo di Cuneo, in una tela che celebra e ha l’obiettivo di cambiare il Mondo. 

È qui che Iena Cruz, ispirato dai lavori dei quattrocento studenti della Scuola, darà vita ad un colorato wall painting green, con cui contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, grazie alle speciali vernici Airlite, che assorbono l’inquinamento per restituire aria pulita.


Il cantiere evento è iniziato il 3 maggio e terminerà il 28 maggio. L’inaugurazione è prevista per sabato 29 maggio alle ore 11:30.

domenica 9 settembre 2018

STEFANO SERRETTA / 8 - 29 SETTEMBRE 2018




Prosegue la rassegna "Take me a question" curata da Andrea Learda con l'artista Stefano Serretta. ​L'arte pubblica, in quanto luogo di raccolta per le persone, funge da modello per la città. 

Reintegrando questo modello proveniente da un altro tempo, l'arte pubblica ristabilisce gli spazi popolati che portano a discussioni che portano a dibattiti che portano a riconsiderazioni che portano alla risoluzione. 




 In un mondo di centri commerciali, l'arte pubblica ristabilisce la piazza. (Vito Acconci)

(Vito Acconci, pubblicato in "Vito Acconci, public places" di Linda Shearer, The Museum of Modern Ast, 1988)


venerdì 6 luglio 2018

Take me a question - Marco Maria Zanin



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​L'arte pubblica, in quanto luogo di raccolta per le persone, funge da modello per la città. Reintegrando questo modello proveniente da un altro tempo, l'arte pubblica ristabilisce gli spazi popolati che portano a discussioni che portano a dibattiti che portano a riconsiderazioni che portano alla risoluzione. In un mondo di centri commerciali, l'arte pubblica ristabilisce la piazza. (Vito Acconci)


Quello del “demuseo” è un paradigma dal quale Marco Maria Zanin parte per rileggere il valore estetico, formale e concettuale di una serie di oggetti. Molto spesso di tratta di materiali che appartengono alla cultura popolare. Elementi carichi di significati sia da un punto di vista affettivo che materiale, legati in maniera ancestrale alla tradizione rurale e contadina. L’artista decide così di lavorare su un processo di decontestualizzazione che ne ridefinisce la forma e il significato. Gli oggetti smettono di essere quello che erano per diventare una nuova presenza carica di un’inedita dimensione semantica.

Per il suo intervento nell’ambito di “Take me a question”, Marco Maria Zanin ha individuato alcuni oggetti contenuti nell’archivio del Museo di Etnologia a Lisbona. Si tratta di tre elementi circolari forati, originariamente impiegati come pesi di terracotta per le reti da pesca.

Procedendo ad assemblare questi oggetti, in un modo che non ha nulla a che vedere con il loro contesto di origine e con la loro funzione reale, Marco Maria Zanin ne ridisegna l’identità.
Quello che ora osserviamo è una sorta di scultura votiva collocata in un tempo e uno spazio altro. Così fancendo, l’artista carica queste presenze di una nuova simbologia, di un nuovo potere estetico e di un nuovo valore affettivo. Dall’essere supporti funzionali alla pesca del pesce si sono trasformati in un piccolo tomem appartenuto a qualche civiltà antica.

Questa locandina, con i dati tecnici della piccola scultura, è la riconfigurazione del paradigma museale tradizionale, che ci permette di vedere un oggetto in maniera non convenzionale. Alla voce “Valore immateriale” sono elencate parole come fede, disciplina, unione famigliare, responsabilità. Termini che identificano l’universo simbolico dell’oggetto precedente e che caricano la scultura di un potere magico-rituale. 

Con questo intervento Marco Maria Zanin porta avanti una ricerca legata al mondo delle ‘radici’, del mito e dell’archetipo da una parte, e i fenomeni delle sovrastrutture dell’epoca contemporanea dall’altra.
La fotografia è lo strumento in grado di riallacciare la realtà fisica a spazi metafisici che si mescolano con i luoghi più profondi dell’identità umana, dove il silenzio, più di ogni descrizione, è la via per avvicinarci a toccare ciò che ci circonda. In questo ‘spazio fusionale’, in cui passato e presente si sovrappongono, si apre anche la possibilità di costruire un canale tra le due temporalità, tra lo spazio dove affondano le radici e lo slancio del mondo contemporaneo, affinché l’uno possa nutrire l’altro, affinché si possa osservare con più consapevolezza cosa muove i comportamenti contemporanei, e verso quale direzione. 

Marco Maria Zanin nasce a Padova nell’ottobre del 1983. Si laurea prima in Lettere Moderne e poi in Diritti Umani, successivamente partecipa ad un percorso post laurea in Psicologia. Sviluppa contemporaneamente l’attività artistica, e compie numerosi viaggi e soggiorni in diverse parti del mondo, mettendo in pratica quell’esercizio di ‘dislocamento’ fondamentale per l’analisi critica dei contesti sociali, e per alimentare la sua ricerca tesa a individuare gli spazi comuni della comunità umana. Mito e archetipo come matrici sommerse dei comportamenti contemporanei sono il centro della sua indagine, che si snoda sull’osservazione della relazione tra l’uomo, il territorio e il tempo. Sceglie come strumento privilegiato la fotografia, che è spesso usata mescolando tecniche diverse e superando i confini di altre discipline artistiche.

Al momento collabora con due gallerie, in Italia con Spazio Nuovo di Roma e in Svizzera con Photographica Fine Art di Lugano. Le sue opere sono contenute anche nelle seguenti collezioni: MART – Museo di Arte Moderna di Trento e Rovereto; SPM – Salsali Private Museum, Dubai; GAM – Galleria d’Arte Moderna, Genova; Archivio Italo Zannier, Venezia.


UN PROGETTO DI INTERAZIONE TRA ARTE E SPAZIO PUBBLICO 
CARAGLIO (CN) / MARZO-DICEMBRE 2018
MARCO MARIA ZANIN / 7 - 29 LUGLIO 2018
CESTINO PUBBLICITARIO - VIA ROMA 83 - CARAGLIO

venerdì 1 giugno 2018

Take me a question - Giovanni Kronenberg




L’intervento di Giovanni Kronenberg fa riferimento a un episodio avvenuto nel 2006. Si tratta dell’avvelenamento avvenuto a Londra, mediante una sostanza radioattiva disciolta forse in una tazza di the, dell’ex spia russa Alexander Litvinenko. L’uomo morì tre settimane dopo allo University College Hospital della capitale londinese. In una lettera resa nota dopo la sua morte, l’uomo punta il dito direttamente contro il premier russo, Vladimir Putin, quale mandante dell’esecuzione. 

Nell'ultima conversazione avuta con l'amico Andrei Nekrasov, quando ancora era in grado di parlare, Litvinenko - che nell'ultimo periodo stava indagando sull'assassinio di Anna Politkovskaya, la giornalista russa ferocemente critica del governo di Vladimir Putin e uccisa a Mosca il 7 ottobre scorso - ha sottolineato come il suo avvelenamento sia la prova che nella sua campagna contro il Cremlino aveva colpito le persone giuste. «Questo è quello che succede a chi dice la verità», aveva sussurrato. L'ex spia si riferiva alle accuse contenute nel suo libro The Fsb blows up Russia, in cui aveva sostenuto che ci fossero stati i servizi segreti di Mosca dietro alla sanguinosa scia di attentati dell'agosto del 1999 nella capitale russa, costati la vita a centinaia di persone e utilizzati per giustificare l'inizio della seconda guerra in Cecenia. Ai misteri sui mandanti dell'uccisione dell'ex spia - il Cremlino ha bollato come “sciocchezze” le teorie secondo cui ci sarebbe la leadership di Mosca dietro la sua morte - si aggiunge il mistero sulla sostanza con cui è stato avvelenato.

Quella di Alexander Litvinenko è dunque una spy story ancora oggi irrisolta, degna di un film di 007. Una notizia che ha trovato immediato interesse da parte della stampa internazinoale che, in maniera del tutto stereotipizzata, ha dato ampio spazio a un evento tragico dai contorni inquientanti.
Giovanni Kronenberg decide di tornare a riflettere su questo evento in maniera provocatoria. L’immagine scelta per l’intervento nell’ambito di Take me a question è quella dell’uomo russo, deformata digitalmente attraverso una tecnica che ci fa pensare in maniera quasi immediata a quanto da bambini eravamo soliti fare in maniera ludica e divertita, utilizzando lo scotch per deformare la mimica del nostro volto. L’azione che compie in questo caso l’artista si proietta tuttavia ben oltre, generando riflessioni e significati a più livelli. L’immagine Alexander Litvinenko volutamente modificata, rimanda in prima istanza al veleno che ha devastato il corpo del russo. La brutalità di un volto divenuto orribile ci ricorda la spietatezza del potere, sia esso manifesto o occulto. Inoltre, l’accento che implicitamente si vuole porre è quello rivolto alla distorsione che il sistema dei massmedia possono esercitare sulla nostra capacità di osservazione e su quella di giudizio nei confronti della realtà. Nell’accostare frammenti che rompono l’integrità di un volto, Giovanni Kronenberg ci porta a riaprire gli occhi, ci invita a osservare meglio e a ricomporre gli eventi del nostro tempo partendo dai frammenti che faticosamente è necessario individuare per ricostruire la verità delle cose.  (Contributo critico di Andrea Lerda)


Esiste un paradigma indiziario, utilizzato non solo da spie e da detective in giro per il mondo, ma di uso comune anche tra visionari, artisti, critici e scrittori. Tale paradigma si basa su un’indagine per piste, tracce, indizi. Richiede un’osservazione dettata dagli occhi del cervello e da una diagnosi scientifica. In casi come questi, l’indagine è rivolta spesso allo statuto dell’immagine. Nella mia indagine  cercavo di risalire  a quella  dell’artista Giovanni Kronenberg, che bizzarramente aveva deciso di proporre per un progetto pubblico in un piccolo paese italiano  l’immagine di una spia dal volto coperto di scotch. Più precisamente, si tratta del ritratto di una spia russa uccisa per avvelenamento nel 2006. L’immagine è stata ricavata dalla sua fagocitazione/ stereotipizzazione  operata dai media e poi mutuata per intervento grafico e per assimilazione alla serie Monster dell’artista Douglas Gordon. Uno degli indizi che posso fornire al pubblico è forse la sua post-produzione. Come la figura reale della spia, quella costruita dai media e infine quella per intervento dell’artista (non diretto) agiscono sulla realtà.  I mostri, come in questa immagine, ci offrono la vita e la morte della realtà, contribuisco a costruire storie e a nasconderne altre. (Contributo critico di Sonia D'Alto)

Giovanni Kronenberg nato a Milano nel 1974 vive a lavora a Milano.
Il suo lavoro è stato esposto in gallerie , fondazioni e musei tra cui si ricordano Renata Fabbri arte contemporanea di Milano (2017), Z2o Sara Zanin di Roma(2016), Studio Guenzani di Milano (2012, 2007, 2006), la galleria Fuoricampo Bruxelles (2014), il MAXXI di Roma (2007), il MACRO di Roma (2012), la Nomas Foundation di Roma (2012), l'istituto culturale Polacco di Roma (2015), il Museo di Arte contemporanea di Lugano (2009), la basilica Palladiana di Vicenza (2013), il Foro Italico di Roma (2014), la Fondazione Spinola Banna di Torino (2008), la Fondazione Ratti di Como (2003), la Fondazione Sandretto di Torino (2011), Arte all'arte/Galleria Continua di S.Gimignano (2005), e Viafarini a Milano (2005 e 2004). Sul suo lavoro hanno scritto critici come Alessandro Rabottini, Simone Menegoi, Davide Ferri.

INTERVENTO #04
2-26 GIUGNO 2018 / GIOVANNI KRONENBERG
con un contributo critico di Andrea Lerda e Sonia D'Alto
Crediti: Galleria Sara Zanin, Roma e Renata Fabbri Arte Contemporanea, Milano

venerdì 11 maggio 2018

Take me a question - Gabriella Ciancimino




Leda Windmill, the Numerologist of Alacati è un progetto nomade nato nel 2017 che ritengo come una combinazione del mio vocabolario visuale, grafico, scultoreo, relazionale. Fin da quando ne ho cominciato lo studio, ho immaginato la creazione di veri e propri set inseriti in cui  si svolgono gli happening di Leda Windmill  che offre delle sessioni di Numerologia sul personale concetto di Potere.

Goal del progetto è il coinvolgimento della comunità in un dialogo sul concetto di libertà e invitando il pubblico a dare il via al proprio viaggio eroico interiore che avviene con l’ausilio di alcune carte da me disegnate in tecnica mista la cui l'iconografia è il risultato di un mix di numeri e illustrazioni botaniche di specie sinantropiche. La prima tappa di Leda è stata Mumbai, poi la volta di Alacati, un piccolo paesino nel sud della Turchia dove è nato il progetto. E adesso, anche se solo tramite immagine, è la volta di “Take a question”, che è esattamente la frase con cui do inizio alle performance.
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Gabriella Ciancimino (Palermo,1978) dopo aver conseguito la maturità classica, ha approfondito il suo interesse per la storia e la filosofia applicata all’arte frequentando l’Accademia d Belle arti di Palermo (indirizzo Pittura) presso cui consegue il Diploma nel 2004. Negli stessi anni svolge attività giornalistica accompagnata da militanza politica, avviando l’indagine sulle dinamiche relazionali e sulla comunicazione ancora presenti nella sua ricerca. E ad essa da 10 anni è legata la scelta del nomadismo come stile di vita, migrando costantemente e partecipando a numerosi programmi di residenza internazionali che l’artista considera fondamentali per la sua continua formazione  e lo sviluppo del proprio linguaggio. Ha esposto al MMOMA (Mosca, 2016), MACBA (2014 Barcellona,),  Kunsthalle Mulhouse (2013, FR), Museo Villa Croce (Genova, 2013), PAV (Torino 2013), Triennale di Milano (2013), alla Biennale Benin (2012), L’appartement 22  (Rabat, MO, 2010/2012), at RISO - Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia (Palermo, 2010), American Academy, Rome (2009/2012). Ha preso parte a progetti per Manifesta 12 (2017), Volume 1 project of "Sentences on the banks and other activities" exhibition project at Darat al Funun (Amman, Giordania 2010) e Working For Change. Project for A Moroccan Pavilion at the 54th Venice Biennale (Venezia, IT, 2011). Le sue opere sono state acquisite in alcune collezioni pubbliche tra cui, Palazzo Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, (Palermo), Museo del Novecento (Milano), Museo Villa Croce (Genova) e Frac Provence-Alpes-Côte d’Azur (Marsiglia, FR).



TAKE ME A QUESTION
CARAGLIO - ​INTERVENTO #03
13-30 MAGGIO 2018 / GABRIELLA CIANCIMINO​

sabato 17 febbraio 2018

Take me a question




Un progetto di interazione tra arte e spazio pubblico 

CARAGLIO (CN) / MARZO-DICEMBRE 2018

L'arte pubblica, in quanto luogo di raccolta per le persone, funge da modello per la città. Reintegrando questo modello proveniente da un altro tempo, l'arte pubblica ristabilisce gli spazi popolati che portano a discussioni che portano a dibattiti che portano a riconsiderazioni che portano alla risoluzione. In un mondo di centri commerciali, l'arte pubblica ristabilisce la piazza. (Vito Acconci)

(Vito Acconci, pubblicato in "Vito Acconci, public places" di Linda Shearer, The Museum of Modern Ast, 1988)


IL PROGETTO
Take me a question è un progetto di arte pubblica pensato per Caraglio, cittadina in provincia di Cuneo e a lungo sede del CeSAC - Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee, organo parte dell’Associazione Culturale Marcovaldo, che ha chiuso i battenti nel 2016.

Il progetto prende vita su uno dei numerosi cestini pubblicitari che il Comune di Caraglio ha chiesto di installare all’agenzia Cladi Pubblicità di Torino e sparsi per tutto il centro del paese.

Individuando questo contenitore di arredo urbano come spazio dedicato alla riflessione artistica e non alla propaganda pubblicitaria, il progetto intende attivare una riflessione sul ruolo dell’arte all’interno di un territorio che, dopo anni di partecipazione al dibattito artistico nazionale e internazionale, sembra aver dimenticato l’importanza e il ruolo dell’arte all’interno del proprio territorio.

10 artisti verranno invitati a realizzare un progetto site specific, a cadenza mensile, attraverso il quale dare forma a riflessioni in grado di mettere in dialogo arte, territorio e dimensione pubblica.

Un luogo attraverso il quale suscitare domande, porre interrogativi ed evocare riflessioni, alimentando una partecipazione collettiva al dibattito attorno al ruolo e allo spazio dell’arte all’interno della comunità.

Take me a question inserisce nel tessuto urbano un contenitore nuovo, che può essere identificato come spazio per l’arte, come museo di strada, libero e accessibile a chiunque.
La dimensione di non sense che il titolo del progetto evoca è il pretesto da cui partire per l’attivazione di una riflessione critica e partecipata tra spettatore, spazio pubblico e opera.

“To take something” (in italiano “prendere qualcosa”) è l’invito a vedere l’arte come un contenitore al cui interno sono depositati significati e contenuti pronti per essere afferrati.
“Take me a question”, frase che risulta evidentemente sgrammaticata, è a questo punto una provocazione, che volontariamente intende generare una sensazione di disturbo e di messa in discussione di tutte le grammatiche convenzionali.

Take me a question racchiude l’invito all’interazione, lasciando intendere la presenza di due attori che generano un vero e proprio dialogo. Da un lato si pone una domanda, dall’altro si fornisce una possibile risposta. Ma i ruoli sono intercambiabili, e allora le domande e le risposte diventano infinite.

Gli artisti selezionati, nel rifuggire chiavi di letture di natura polemica o retorica, saranno invitati ad utilizzare l’arte e la pratica artistica come oggetto volto a interrogare, attraverso modalità differenti e grazie allo sconfinamento in ambiti tematici variegati.

Un progetto che mette al centro lo spettatore e il luogo che lo ospita.




Intervento #01

​3-31 marzo 2018 / FRANCO ARIAUDO / UPCOMING con un contributo critico di Andrea Lerda e Lisa Andreani e con la collaborazione di COLLI indipendent art gallery, Roma

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FRANCO ARIAUDO / Cuneo 1979, Vive a Torino

La ricerca transdisciplinare di Franco Ariaudo attinge dal mondo dell’antropologia, della sociologia, della ritualità, dello sport e del tempo libero. Indaga, e talvolta destabilizza, quei cortocircuiti antropologici e sociali che portano alla formazione di uno specifico tipo di pensiero, all'instaurarsi di una tradizione o semplicemente all'espressione di un cliché. A livello formale, Ariaudo ricorre a diversi media e dispositivi che, in virtù di piccole variazioni percettive, tendono a disturbare lo sguardo abituale dello spettatore. Dal 2015 Franco Ariaudo collabora con COLLI Independent Art Gallery di Roma. É membro del Progetto Diogene (Torino) dal 2011 e nel 2013 è stato artista residente presso Khoj, International Artist Association, Nuova Delhi, India nell’ambito della piattaforma Resò. Nel 2016 è stato invitato a Toruń, in Polonia, attraverso il progetto New Urban Archaeology di Kulturhauz per sviluppare la sua ricerca in-situ intitolata Derby, curata da Krzysztof Gutfrański. Ad agosto 2017 ha presentato al CCA Ujazdowski Castle di Varsavia una performance partecipativa dal titolo "Cubo Race", a cura di Anna Czaban. Recentemente ha presentato la mostra/progetto "Sportification, The Big Piano Smash” alla GAM - Galleria d’Arte Moderna di Torino, a cura di Elena Volpato.

Ariaudo è autore e curatore con Fabio Cafagna del libro “Del Lancio” (Viaindustriae, 2015), un’analisi sul gesto del lancio nella storia dell'arte e con Luca Pucci ed Emanuele De Donno del libro “Sportification, eurovisions, performativity and playgrounds”, una ricerca interdisciplinare focalizzata sull'analisi dei temi dello sport, della competizione e del gioco in relazione al vasto archivio dello show televisivo Giochi Senza Frontiere e la performing art dal 1965 ai giorni nostri. Uno dei suoi ultimi progetti è Il Giornale Ideale, una pubblicazione sotto forma di quotidiano in cui chiunque può pubblicare le proprie notizie ideali.