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lunedì 21 settembre 2026

Coltivare la fiducia tra arte e colore


Martedì 22 settembre, ore 18

Cuneo, Complesso Monumentale di San Francesco

Ingresso gratuito e aperto a tutti

L’evento fa parte della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del Sacro”, realizzata con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione CRC, con il patrocinio della Città di Cuneo e grazie al contributo di Lannutti, Merlo S.p.A., Cocordano Franco Vinadio, Fa.Co.


grandarte.it/coltivare-la-fiducia/



[dal comunicato stampa]

Martedì 22 settembre alle ore 18, al Complesso Monumentale di San Francesco, un incontro dedicato al rapporto tra arte, colore, emozioni e spiritualità.

Protagonisti saranno Mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, e Maura Anfossi, psicoterapeuta responsabile del servizio di psicologia dell’ospedale Santa Croce e giornalista. A moderare l’incontro sarà Massimiliano Cavallo, direttore del settimanale “La Guida”.

Il colore diventa uno strumento per esplorare la propria interiorità, entrare in contatto con le emozioni e interrogarsi sul rapporto con se stessi e con gli altri.

Un dialogo tra prospettive artistiche, psicologiche e spirituali, a partire dai libri dei due protagonisti: “Grati e fiduciosi: imparare la fiducia con l’arte” di Derio Olivero e “Emozioni a colori: piccola guida per ritrovare il sé autentico” di Maura Anfossi.

L’incontro si svolge contestualmente alla mostra “Sacrum”, dedicata al tema del sacro e alla sua dimensione antropologica ed esistenziale, e rappresenta un’anteprima della terza edizione del festival “Il territorio si racconta”.




 

lunedì 24 agosto 2026

L’invisibile necessario


Stefano Alisiardi, Serena Gamba, Oscar Giachino, Alessandro Gioiello,
Bruno Giuliano, Daniele Guolo, Maurizio Ovidi, Emma Siciliano, Paolo Turco

A cura di Alessia Clema
Testo critico di Alessandro Botta


29 agosto - 20 settembre 2026
inaugurazione sabato 29 agosto 2026 alle ore 18
Giovedì, venerdì e sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18
Domenica e giorni festivi dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19
Ingresso libero

La Castiglia - Saluzzo (CN)
piazza Castello 2 - Saluzzo (Cuneo)

L’evento fa parte della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del Sacro”,
con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc
Grazie al Comune di Saluzzo, all’Assessorato alla Cultura del Comune di Saluzzo
e a tutto il personale de La Castiglia





[dal comunicato stampa]

La mostra “L’invisibile necessario” si presenta al pubblico come il trentesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026. ** La mostra nasce dalla volontà di indagare quella dimensione dell’esperienza umana che sfugge alla visibilità immediata e che, proprio per questo, continua a interrogare l’arte: ciò che non si vede, ma che si percepisce; ciò che non può essere definito, ma che si manifesta attraverso immagini, simboli, materia, spazio e silenzio. L’invisibile necessario suggerisce un territorio di confine, nel quale il visibile diventa il tramite per avvicinarsi a una dimensione più profonda. Il sacro, in questa prospettiva, non viene inteso esclusivamente nella sua accezione religiosa, ma come esperienza di una soglia: un luogo interiore e insieme universale nel quale l'uomo incontra il mistero, il tempo, la memoria, la natura e la propria stessa fragilità. Le opere in mostra propongono linguaggi differenti e personali, ma sono accomunate dalla tensione verso ciò che si colloca oltre la superficie delle cose. Pittura, segno, materia e immagine diventano strumenti attraverso i quali gli artisti cercano di dare forma a una presenza che non sempre può essere nominata. A confrontarsi con questo tema sono Stefano Alisiardi, Serena Gamba, Oscar Giachino, Alessandro Gioiello, Bruno Giuliano, Daniele Guolo, Maurizio Ovidi, Emma Siciliano e Paolo Turco, nove artisti che, attraverso sensibilità e percorsi differenti, costruiscono un dialogo intorno al rapporto tra presenza e assenza, corpo e spirito, materia e trascendenza. La mostra si inserisce nel percorso più ampio di GrandArte | I confini del sacro, progetto che affronta il tema del sacro attraverso la pluralità dei linguaggi dell’arte contemporanea, interrogandone i confini e le possibili trasformazioni nel presente. In L’invisibile necessario, dunque, il sacro non è una risposta, ma una domanda. È ciò che permane al di là dell'apparenza, una dimensione che l’arte tenta di avvicinare senza pretendere di possederla. L’opera diventa così uno spazio di passaggio: tra ciò che è evidente e ciò che resta nascosto, tra la realtà e ciò che la trascende. Il percorso espositivo invita il pubblico a soffermarsi proprio su questa soglia, lasciando che siano le opere a suggerire, più che a spiegare, ciò che si cela oltre il visibile. L’invisibile, in questa mostra, non è ciò che manca. È ciò di cui abbiamo ancora bisogno per comprendere ciò che vediamo. Alessia Clema

Franco Giletta : Symbolum


28 agosto - 27 settembre 2026
inaugurazione venerdì 28 agosto 2026 alle ore 18
La mostra sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 14,30 alle 18,30
Ingresso libero

Chiesa di Santa Maria del Monastero
via Rivoira n. 11/7 - Manta (Cuneo)

L’evento fa parte della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del Sacro”,
con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc
Grazie al Comune di Manta







[dal comunicato stampa]

La mostra “Symbolum” si presenta al pubblico come il ventinovesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026. ** Negli evocativi spazi della Chiesa di Santa Maria del Monastero di Manta, la mostra Symbolum propone una riflessione sulla figura umana e sul volto. Il titolo richiama la radice etimologica del ricucire e del mettere insieme, creando un ponte tra la realtà visibile e la dimensione dell'invisibile. Nell'antica Grecia, quando due alleati, due famiglie o due amanti dovevano separarsi, spezzavano a metà un oggetto di terracotta, un anello o una medaglia. Ognuno ne conservava una parte. Al momento del ritorno, riaccostare quei due margini irregolari e vederli combaciare perfettamente era la prova del legame indistruttibile. Il simbolo non è, dunque, una semplice decorazione o una metafora intellettuale. È un atto di ricongiungimento. È la metà visibile che richiama a sé una metà invisibile. L’esposizione invita a compiere questo antico rito di ricongiungimento attraverso il silenzioso magnetismo del volto. In un luogo carico di memoria e spiritualità, le opere si trasmutano in una soglia allegorica, in grado di evocare realtà spirituali, inquietudini e stati d'animo che sfuggono alla pura rappresentazione oggettiva. I volti, spogliati da ogni intento meramente ritrattistico o descrittivo, non appartengono a un tempo o a uno spazio definiti, semmai riaffiorano da un'iconografia della memoria e dell'inconscio. Gli sguardi sono sospesi, assorti, carichi di un silenzio misterioso che interpella direttamente chi osserva, metafora dell'anima che cerca di rivelarsi attraverso la materia pittorica. L'incontro tra le opere contemporanee e le pareti storiche dell’edificio, sede di un antico priorato, crea un cortocircuito temporale in cui le raffigurazioni non cercano di spiegare, ma di suggerire, non impongono una certezza, ma aprono a una contemplazione intima. La mostra diviene un invito ad accostarsi ai dipinti con lo sguardo del viandante antico, per superare la visione della superficie apparente delle cose, leggendo i dettagli, cercando una connessione con quella vibrazione che consenta che la metà visibile delle opere possa svelare il segreto della stessa metà invisibile di chi le osserva. Occorre allora rallentare il passo e addentrarsi in un percorso in cui la figura umana torna a essere il simbolo per eccellenza del mistero dell'esistenza, sorta di eco ideale dei volti delle enigmatiche figure affrescate nel vicino Castello della Manta che si staglia sulla collina. 

Franco Giletta

giovedì 20 agosto 2026

Tanchi Michelotti : Figurazioni. La giostra della vita. Opere 1984-2026


Mostra a cura di Enrico Perotto

30 agosto - 27 settembre 2026
inaugurazione domenica 30 agosto 2026 alle ore 11
Sabato e domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30
Da martedì a venerdì su appuntamento (33346513469)
Ingresso libero

Cappella del Ritiro della Sacra Famiglia 
piazza del Belvedere - Dogliani (Cuneo)






[dal comunicato stampa]

La mostra “Figurazioni. La giostra della vita. Opere 1984-2026” si presenta al pubblico come il trentunesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026.

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La mostra personale intitolata “Figurazioni. La giostra della vita. Opere 1984 – 2026” presenta al pubblico una selezione di ventun dipinti che documentano alcuni dei temi iconografici che più caratterizzano l’espressione figurativa tipica dell’artista cebano, a partire dalla condizione estrema dell’uomo o di Cristo oltraggiato e costretto ai patimenti della morte in croce, ma anche quella altrettanto crudele e simbolica del “bove squartato”. Dunque, è ben presente il registro esistenziale contrassegnato da inquietudine e sofferenza, a cui si affianca anche l’esplicito riferimento al messaggio evangelico, testimoniato da uno studio della composizione del mosaico raffigurante la scena della Tempesta sedata, realizzata nel 1985 per la facciata della Chiesa del Sacro Cuore di Mondovì Altipiano. Tra le “intenzioni pittoriche” di Tanchi, profonde e insistenti nell’arco dei suoi oltre settant’anni di attività artistica, che sono presenti nell’esposizione doglianese, insieme ai dolenti crocifissi, spiccano i temi delle mani, delle farfalle, dei gabbiani, dei cavalli, delle sirene e dei velieri, tutti elementi iconografici che alludono a una ricerca individuale che parte da una data realtà figurativa e che procede per successive sottrazioni, sovrapposizioni e cancellazioni, indirizzandosi verso un altro e diverso orizzonte di immagini, che si presentano allo sguardo limpido del pittore come nuove e sorprendenti individuazioni formali, una sorta di altrove percepito o inseguito nello svelarsi di un sogno a colori. Si tratta, come ha scritto Imo Benelli nel suo testo monografico dedicato a Tanchi Michelotti e pubblicato in Sei pittori monregalesi del 1972, di “direzioni di ricerca” che si comportano come “motivi per trovare nuove soluzioni costruttive, per riscoprire un senso plastico e soluzioni coloristiche inedite. Pochi, come Michelotti, sanno trarre dalle pennellate tante possibilità espressive, non retoriche, però, né spettacolari; pennellate vive, scorrevoli e libere, di una sostanza cromatica densa, preziosa, ma senza facili piacevolezze”. La pittura per Tanchi non può fare a meno dell’oggetto reale o dei valori illustrativi del quadro: è una costante del suo pensiero visivo che può anche fargli correre il rischio di essere considerato un pittore all’antica, ma tant’è. È una sorta di pregiudizio critico a cui non si sottrae. Per lui non ci può essere solo astrazione, perché sente impellente il bisogno di alludere a una presenza figurale.

Pertanto, egli si affida alla rassicurante riproposizione di pretesti compositivi, dando luogo ad accadimenti formali che si ripresentano ogni volta nello stesso modo e ogni volta assiste allo spettacolo dell’avverarsi di una variazione nella ripetizione. È il fascino misterioso della pittura. Si può partire da un qualsiasi tema che si accenna sulla tavola macchiata (mai iniziando da una superficie bianca) lavorata in orizzontale e poi trovarsi a girare sottosopra l’immagine e ricominciare a far nascere un altro quadro. Ciò che Tanchi persegue non è tanto la definizione oggettiva di ciò che rappresenta, quanto piuttosto il processo di germinazione delle idee coloristiche e formali che gli sono proprie e che sono il frutto di un fare e rifare, di un coprire e di uno scoprire, di un passaggio da un sistema strutturale ad un altro, per giungere ad una sempre nuova dimensione visiva delle immagini, la cui improvvisa apparizione è anelata e inseguita, fino allo svelarsi di un possibile altrove. I colori briosi della sua tavolozza, caratterizzati da tonalità accese di giallo, blu, beige, rosa, azzurro, verde, rosso, arancio e turchese, gareggiano con i segni tracciati direttamente con i tubetti, come se fossero gessetti, fatti scorrere sulle asperità dei supporti. Talvolta tra le mani di Tanchi compare una lametta da barba, utilizzata per raschiare via porzioni di colore che si trasformano in punti di luce particolarmente evocativi. Ed ecco l’opera finita: un atto di invenzione rapidissimo, una nuova realtà di figure sentite come forze vitali e intensamente poetiche.

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Tanchi (Piero) Michelotti è nato il 10 marzo 1933 a Ceva (Cn), città alla quale è legata la sua lunga carriera artistica e di insegnante e in cui si è accostato precocemente al disegno di fronte al contesto naturalistico, sviluppando uno stile espressivo personale e incisivo. Lui stesso si è autodefinito “pittore all’antica” che opera “con lo zelo del dilettante e la libertà dell’autodidatta”. Tuttavia, dopo gli anni del liceo che ha frequentato a Savona (dove ha potuto conoscere e frequentare gli artisti locali e molte presenze internazionali attive nel mondo delle ceramiche di Albissola), a partire dal 1951, ha proseguito gli studi per due anni presso la Facoltà di Architettura di Torino, seguendo i corsi di disegno dal vero tenuti dallo scultore Emilio Musso e dal pittore Teonesto Deabate, e si è poi laureato in Lettere con una tesi in Storia dell’Arte sull’architettura di Michelangelo Garove. A Roma, ha collaborato alla RAI con il critico cinematografico Fernaldo Digiammatteo, effettuando “conversazioni” radiofoniche su argomenti artistici e realizzando la copertina e i disegni dell’opuscolo pubblicato dalla ERI - EDIZIONI RAI come supplemento al “Radiocorriere TV”, n. 40, settembre 1960, con la Stagione di Prosa 1960-1961. Le grandi produzioni della TV. Nella capitale, ha incontrato anche Carlo Levi, compagno di scuola della madre e di una sua zia. A Torino, è entrato in contatto con i circoli intellettuali e gli artisti di spicco della città negli anni Cinquanta, come Enrico Paulucci, Ezio Gribaudo, Marziano Bernardi, Luigi Carluccio, Angelo Dragone e altri ancora che ne hanno riconosciuto il talento originale, continuando a praticare l’attività pittorica senza inseguire mode di nessun genere o indulgere in provocazioni e sperimentazioni fini a sé stesse. Ha stretto amicizia con Romano Reviglio, disposto ad abbandonare la carriera da avvocato per dedicarsi del tutto alla pittura. Si è rivolto a esperienze culturali sia lontane che vicine, dall’Ottocento piemontese a Picasso, Braque o a Marino Marini, Cassinari o Afro, per accennare solo ad alcune delle sue “scelte istintuali”, che in origine sconfinano pressoché nell’astrazione. Non sono mancate le puntate fisse alla Biennale di Venezia. Ha sperimentato svariate tecniche di esecuzione: dalla terracotta all’incisione (numerose le stampe xilografiche, fra cui una serie di 5 vedute di Ceva del 1969, e quelle litografiche), dalla pittura a olio (su cartone, tela o tavola) allo smalto e dalla pittura murale al mosaico, con cui nel 1985 è stato realizzato l’intervento decorativo sulla facciata della Chiesa del Sacro Cuore di Mondovì Altipiano, raffigurante la Tempesta sedata, tratta dal Vangelo di Matteo (8, 23-27; 14, 22-33), preceduta da numerosi studi a penna e a tempera. Ha conseguito diversi premi e ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, a cominciare dalle Mostre Universitarie Torinesi, curate da Lucio Cabutti, dal 1954 al 1958, e quelle del Piemonte Artistico Culturale, dal 1958 al 1960. La sua prima personale presentata da Ezio Gribaudo si è tenuta nel 1958 alla Società Operaia di Ceva, località nella quale ha scelto di tornare a vivere alla fine degli anni Cinquanta, in controtendenza rispetto ai lusinghieri apprezzamenti critici ricevuti nell’ambiente torinese. Il suo linguaggio espressivo si è progressivamente allontanato dalla sensualità materica pressoché monocromatica delle opere giovanili per approdare ad un’asciuttezza di stile e ad una tavolozza accesa di colori primari e complementari a contrasto tra loro, con cui procede nell’analisi di determinati elementi della realtà: dai pupi ai cavalli, dalle bambole ai treni, dagli uccelli ai paesaggi, dalle nature morte ai velieri, dalle biciclette agli strumenti musicali, dai corpi umani alle giostre. I tratti lineari dei contorni sono eseguiti con i tubetti dei colori usati come gessetti che scorrono direttamente sulle asperità sulle superfici dei supporti con andamenti sciolti ed essenziali, guidati da un’ispirazione intimista e lirica, con cui coglie, in spazi rarefatti costruiti con rigore compositivo, il ritmo cadenzato di ciascun elemento formale, come quello impresso negli eleganti vascelli rappresentati in coppie sovrapposte, o nelle serie ripetute di farfalle dalle ali dispiegate e di cavalli sinuosi ed eleganti o ancora nell’esperienza tragica della morte di un volatile, a cui si affianca quella dell’uomo in croce. Nel 1959, ha partecipato a due collettive del gruppo “Il Crogiuolo”, la prima in febbraio al Circolo Sociale di Fossano e la seconda in marzo alle Cartiere Burgo di Verzuolo. Sempre in marzo dello stesso anno, ha allestito una personale alla Libreria Moderna di Cuneo con presentazione di Orio Gregori e Ugo Traversa. Nel 1963, è stato ospitato nel Salone Rosso di Fossano, presentato da Carlo Morra. Nel 1965, è stato invitato da Romano Reviglio nella sua Galleria del Falò ad Alba. Sono seguite, quindi, altre personali allestite a Bra, Mondovì, Cherasco, Ceva, Milano, Garessio, Genova, Alba, Cuneo, Carrù, Sale San Giovanni, Torino, Monte Carlo, che hanno documentato il procedere temporale della sua ampia e sfaccettata attività. Con Ernesto Rebaudengo ha creato e contribuito alla crescita dell’allora Inapli (Istituto nazionale per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell’industria), oggi Centro di formazione professionale, dove ha insegnato a lungo, prima del concorso per dirigere il Centro di Cuneo. Si è distinto per il suo amore nei confronti del teatro e per il suo senso civico, impegnandosi come assessore in Comune a Ceva e come presidente della Commissione Cultura in Consiglio provinciale. È stato, inoltre, fra i fondatori del Gruppo Micologico Cebano. Negli ultimi decenni, si sono succedute personali allestite a Milano, Genova, Torino, Monte CarloNel settembre del 2003, il Comune di Cuneo gli ha dedicato una retrospettiva in Palazzo San Giovanni, intitolata Tanchi Michelotti. Cinquant’anni di “bonne peinture”, curata da Roberto Baravalle, Ida Isoardi e Fulvia Giacosa. Nel 2004, ha allestito una personale in Palazzo Salmatoris a Cherasco (Cn), con testo in catalogo di Martina Corgnati. Tra settembre e ottobre del 2005, ha tenuto la personale Cavalli sirene e altre cose nell’Auditoriun della Fondazione Cassa di Risparmio di Bra. Tra marzo e aprile 2006, si è svolta la personale Autoritratto per metafore nello Spazio di Santo Stefano a Mondovì (Cn), con il coordinamento di Carlo Pellegrino. Nel 2011, sono state organizzate due personali, la prima in aprile a Casa Delfino a Cuneo e la seconda tra maggio e giugno presso Il Busto Mistero di Alba (Cn), in collaborazione con l’Associazione Culturale Giors Melanotte. Nel 2012, ha esposto presso Fas, in Palazzo Cauda, a Cuneo. Nel 2013, è presente tra marzo e aprile nello spazio espositivo del Banco Azzoaglio di Ceva e tra settembre e ottobre presso la Biblioteca Civica “A. Bertrand” di Ceva. Nel 2015, una sua personale è stata ospitata nella Cantina Comunale di La Morra (Cn). Nel 2012, è stato prodotto il film Tanchi. Autoritratto, a cura dell’Associazione Culturale Geronimo Carbonò, realizzato da Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo, e nel 2018, presso il cinema Borsi di Ceva, è stato presentato il documentario Tanchi. Il pittore, l’uomo di Sandro Bozzolo, promosso dal Banco Azzoaglio e patrocinato dal Comune di Ceva




martedì 28 luglio 2026

L'essenza spirituale della scultura

Dagli abissi del mare alle profondità della Terra

Gaetano Usciatta

8-30 agosto 2025

Forte Albertino

via Guardia alla Frontiera - Vinadio (Cuneo)








 

giovedì 23 luglio 2026

Miracoli silenziosi




Ernesto Morales, Mirco Marchelli, Daniela Madeleine Guggisberg,
Samir (Benjis) Aletti, Daniele Aletti

25 luglio - 30 agosto 2026
inaugurazione sabato 25 luglio 2026 alle ore 17.30

Camoroni Arte
via Camoroni, 3 - Sale San Giovanni (Cuneo)

A cura di Marzia Capannolo








[dal comunicato stampa]

La mostra “Miracoli silenziosi” si presenta al pubblico come il ventiseiesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026. 

 “Miracoli silenziosi”, è un progetto espositivo a cura di Marzia Capannolo che si configura come una profonda meditazione visiva sulle capacità dell'arte di farsi custode e rivelatrice di assoluto. La mostra trova un ideale teatro di risonanze all'interno dell'antica borgata dei Camoroni, dimora e laboratorio creativo degli scultori Daniele Aletti e Daniela Guggisberg. In questo luogo, dove l'architettura storica si fonde con la natura incontaminata dell'Alta Langa, il fare artistico si mette in ascolto degli echi segreti che rivela la geologia del luogo. Il titolo stesso della mostra, “Miracoli silenziosi”, agisce come un preciso manifesto curatoriale: un invito intimo a recuperare la meraviglia in un'epoca dominata dal rumore e dalla velocità. La meraviglia, qui, non è intesa come stupore effimero o spettacolare, ma come un esercizio di attenzione, un atto di resistenza poetica che si compie nel silenzio e nella meditazione. È la meraviglia che scaturisce dall'incontro con una forma pura, dalla vibrazione della luce, dal potere evocativo della memoria, dalla metamorfosi della materia o dalla riscoperta di un sito industriale sottratto all'oblio. Il percorso espositivo si articola attraverso le ricerche specifiche dei cinque artisti in mostra, capaci di declinare questo nucleo concettuale secondo i propri personalissimi media espressivi. La sfida alla pietra è il principio che ispira le opere scultoree di Daniele Aletti; ogni porzione di marmo levigato porta in dote il suo alter ego ruvido che si innesta nello sguardo dell'osservatore come invito al tatto, all'esperienza della materia nella sua forma primigenia. La sua scultura si distingue per un rigore evocativo che scava il volume per cercare l'equilibrio tra pesi e tensioni spaziali, traducendo la pietra in strutture che appaiono dialogare con le leggi stesse della terra. La ricerca di Daniela Guggisberg si concentra sull’annullamento della porosità e sulla rivelazione della sensualità della materia; le sue superfici si aprono al vuoto, si raccolgono in grembi che trattengono la luce e raccontano il tempo del gesto, in una sottrazione formale che esalta la sacralità insita nella natura stessa del blocco scultoreo. La sua pratica fa della gravità della materia un'occasione di riscossa in cui il registro della forma e della sua ideale perfezione si misura con la tentazione di ricondurre l'Arte alla sua natura più intima e leggera. La meraviglia si fa pura rivelazione atmosferica ed emozionale nella pittura di Ernesto Morales, qui presente con le opere della sua serie “Luce”. Morales spoglia la tela da qualsiasi intento descrittivo per concentrarsi sulla resa cromatica dello spettro luminoso. Attraverso una raffinata tecnica a stratificazioni e velature sottili, la luce emerge dall'oscurità come un bagliore spirituale e perenne. Le sue tele diventano così soglie meditative, spazi in cui la sospensione temporale invita a contemplare l'infinito. Per informazioni: info@grandarte.it – www.grandarte.it Il potere della memoria e la stratificazione del vissuto guidano la ricerca di Mirco Marchelli, presente in mostra con lavori di piccole e medie dimensioni. Marchelli è un maestro nel nobilitare frammenti storici e materiali quotidiani - tessuti antichi, carte, legni, patine di cera - ricomponendoli all'interno di una personalissima partitura visiva. Nelle dimensioni intime e concentrate dei lavori selezionati, la materia usurpa la sua vecchia funzione per farsi puro segno poetico. L'opera diventa un piccolo teatro della memoria che affascina per il rigore compositivo e per la capacità di far risuonare il passato nel presente. Infine, la meraviglia si accende davanti alla risignificazione del paesaggio antropico negli acquerelli di Samir Aletti. Al centro della sua produzione vi è la rappresentazione dell'ex complesso industriale del Follone a Mondovì. Attraverso la trasparenza, la fluidità e la delicatezza dell'acquerello, le strutture ferrose e le cattedrali di mattoni del sito industriale perdono la loro originaria pesantezza legata alla fatica e alla produzione. Samir Aletti ne immortala lo stato di archeologica sospensione, trasformando un luogo di archeologia locale in uno spazio lirico, dove il silenzio del vuoto industriale si fa poesia visiva e memoria storica del territorio. “Miracoli silenziosi” si offre dunque come un cammino sinestetico e condiviso: tra pittura, scultura e grafica, i cinque artisti invitano lo spettatore a varcare la soglia dello Spazio Camoroni per riscoprire il valore del tempo rallentato e dell’attesa, attraverso il sentimento della meraviglia.



Berto Ravotti : La verità è nell'ombra


Mostra antologica a cura di Enrico Perotto

25 luglio - 30 agosto 2026
inaugurazione sabato 25 luglio ore 17

Palazzo Borelli
 
via Martiri e Caduti, 1 - Demonte (Cuneo)



 

lunedì 6 luglio 2026

Franco Sebastiano Alessandria : Il Tempo delle chiavi

A cura di Enrico Perotto

10 luglio - 6 settembre 2026
inaugurazione venerdì 10 luglio 2026 alle ore 17:30 
La mostra sarà visitabile dal martedì alla domenica dalle ore 15:30 alle ore 18:30

Chiostro del Complesso Monumentale di San Francesco 
Via Santa Maria 10, Cuneo







[dal comunicato stampa]

Sono 14 le sculture che Franco Sebastiano Alessandria esporrà dal 10 luglio prossimo sotto le volte del chiostro del Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo e i loro titoli sono i seguenti: Il tempo, L’ora, La vita!, Capo linea, Utopia, Esodo, Libero arbitrio sofferto, The wall, Dono, Fertilità, Perdù, Ti offro un mondo di opportunità, La chiave della sopravvivenza, La bonne route. Si tratta di una scelta rappresentativa della sua produzione scultorea, comprendente le figure più iconiche tra quelle realizzate con assemblaggi di chiavi saldate tra loro e con aggiunte di eventuali parti anatomiche elaborate in resina. Oltre alle chiavi, Alessandria introduce ingranaggi meccanici, chiodi e altri oggetti vintage, come orologi sveglie o gocce di cristallo di lampadari da soffitto. Ciascuna immagine, talvolta con intento ludico e ironico, riflette una storia individuale e insieme collettiva, si appunta su una specifica situazione della vita umana o riflette sull’esplosione di vitalità espressa da un cavallo al galoppo sospeso nella “fase di volo” o sulla necessità di difendere le specie animali a rischio di estinzione come nel caso dei rinoceronti. Valori etici ed umani condivisi e spirito critico nei confronti della società, uniti a una certa predisposizione all’autoironia e al divertissement intellettuale: sono questi i punti cardine della particolare forma di creatività dimostrata da Alessandria. Le sue opere assemblate sono figlie di una civiltà dei metalli che oggi sta per essere soppiantata dall’intelligenza artificiale e dai suoi effetti negativi nella vita di noi tutti, a cui Franco Sebastiano oppone la sua personale scelta di stare alle regole del gioco “facciamo come se…”, liberando la fantasia, costruendo meccanismi metaforici che costituiscono un vero e proprio work in progress, un gioco di allusioni, un paradosso visivo, componendo corpi “vuoti” che non si fanno mai “pieni”, che restano in bilico tra l’essere e l’apparire, suggerendo quello che la realtà è o che non dovrebbe essere, anche sulla spinta di un’indiscutibile capacità di coinvolgere il pubblico con la curiosità dei frutti della sua immaginazione. 

**

Franco Sebastiano Alessandria è pittore e scultore residente a Piozzo, in provincia di Cuneo. Fin da giovanissimo ha iniziato a usare le tecniche del carboncino, sanguigna, bassorilievi, pirografo, olio, terracotta, acquaforte seguendo le indicazioni degli insegnanti del collegio. Da adolescente è andato a lavorare imparando a saldare e affinandosi nella lavorazione del ferro. L’incontro con il pittore Eso Peluzzi lo ha influenzato in modo costruttivo, favorendo un rapporto fatto di consigli sull’arte, sulle tecniche e sui sentimenti legati alle emozioni dell’arte. Per imparare ha copiato i quadri di Caravaggio e di Rembrandt e si è accostato al fascino della pittura metafisica di Giorgio De Chirico e di Carlo Carrà, alla fantasia surreale di Salvador Dalí, alle atmosfere oniriche di Paul Delvaux e alla sorprendente chiave di lettura delle opere di René Magritte, non senza cogliere l’ironia delle Langhe contadine del mugnaio Gepe Gironi. Ha sostenuto da privatista gli esami all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e ha iniziato a esporre in mostre e concorsi internazionali. Nel 1993, al concorso nazionale di pittura e grafica di Salsomaggiore Terme (Pr) ha vinto con due opere. Negli ultimi anni, ha fatto mostre a Piozzo, a Pollenzo, a Cherasco, a Cuneo, a Dogliani e al Forte Albertino di Vinadio, oltre che in Francia e a Montecarlo.


L'evento, a ingresso libero, è realizzato con il sostegno della Regione Piemonte e della Fondazione CRC, con il patrocinio della Città di Cuneo.



mercoledì 17 giugno 2026

Paolo Basso : De Coloribus

Mostra personale

25 giugno - 31 luglio 2026
inaugurazione 25 giugno 2026 - ore 18 

Galleria Gagliardi e Domke

via Cervino 16 - Torino (TO)






[dal comunicato stampa]

L'evento, a ingresso libero, sarà arricchito da un approfondimento critico a cura di Enrico Perotto. 

L’esposizione rappresenta il diciannovesimo appuntamento della rassegna “OMG – grandArte 2025–2026 | I confini del Sacro”, realizzata con il sostegno della Regione Piemonte e della Fondazione CRC

Attraverso una selezione di opere digitali, la mostra offre un percorso che documenta l'ultima tappa di una trilogia espositiva maturata nel tempo: dalle personali del 2024 "Mitosi N. 20" e "AcronimoCromia" fino alle recenti e innovative riflessioni legate alla New Media Art. La ricerca di Basso si distingue per un unicum semiologico che unisce la filosofia di Aristotele all'ottica scientifica di Newton, uno strumento che l’artista vive come un mezzo per esplorare il rapporto tra mondo reale e virtuale attraverso la forza dei dati digitali. Il percorso espositivo invita lo spettatore a una lucida e profonda critica sociale, dove le forme e le installazioni immersive emergono dai flussi informativi per interrogare l'osservatore sulla complessa realtà della videosfera contemporanea.

La mostra sarà visitabile dal 25 giugno al 31 luglio e dal 1° al 10 settembre 2026, dal martedì al venerdì dalle ore 15:30 alle 19:30.

L’iniziativa è organizzata in collaborazione con la Galleria Gagliardi e Domke.


 “L’arte digitale sarà l’arte contemporanea,

sarà banalmente, semplicemente arte, sempre di più.

Togliamo la parola ‘digitale’ e parliamo di arte”

Maria Grazia MaBei


Il diciannovesimo appuntamento della rassegna "OMG - I confini del sacro", ci porta a Torino presso la Galleria Gagliardi e Domke, con la nuova mostra personale di Paolo Basso dal titolo "De Coloribus". Questa esposizione, rappresenta la terza tappa di una trilogia espositiva maturata nel tempo e preceduta nel 2024 dalle personali "Mitosi N. 20" e "AcronimoCromia", ponendo oggi il lavoro dell'artista al centro di una profonda riflessione sul rapporto tra esperienza espositiva e New Media Art. Se nella prima tappa Basso aveva proposto un'installazione video in loop con il brano "Roots Wide Web" di Max Casacci per l'album Earthphonia, trasformando il colore in un processo percettivo continuo, nella successiva "AcronimoCromia" il bianco e il nero si relazionavano in uno stato di tensione metafisica, proiettando l'osservatore ai confini di spazi interstellari in cui si incontrano i punti di collasso dello spazio-tempo, intesi come contatto non rappresentabile tra l'essere e il nulla. Con "De Coloribus", l'artista spazia tra scienza, arte e analisi sociale, richiamando sin dal titolo e dal logo della mostra venticinque secoli di teoria del colore, unendo in un unico insieme semiologico la concezione filosofica e percettiva di Aristotele - legata al trattato Perì chromàton - e l'ottica matematico-scientifica di Isaac Newton. Nel testo-manifesto che accompagna il volume d’artista, Basso svolge un’analisi delle valenze simboliche e fenomeniche di quattro specifici colori fondamentali (rosso, blu, verde e giallo) insieme al bianco e al nero, per poi contrapporre alla vitalità intensa e combinatoria dello spettro cromatico il mondo incolore della "videosfera". Il perno del percorso espositivo si fa così lucida critica sociale attraverso un'installazione immersiva che dà spazio alla furia incontrollabile e disordinata dei flussi informativi quotidiani, restituendoli rigorosamente in bianco e nero come un insieme assiepato di scarti del visivo di cui tutti facciamo parte. Come evidenzia Enrico Perotto nel suo testo critico, tali "bombe digitali" finiscono per anestetizzare le nostre capacità reattive, rendendoci sempre più dipendenti dalla "videocrazia" che ci circonda e in cui siamo intrappolati come bulimici consumatori di immagini, intenti a scrollare instancabilmente miriadi di scatti sugli schermi dei nostri smartphone. Il lavoro digitale di Paolo Basso istituisce così uno stretto dialogo tra mondo reale e virtuale, dando origine a un'idea personale di medium come luogo di accadimento di relazioni e di scambio di pensieri, capace di potenziare le proprietà dei dati digitali che l'artista definisce "staminali virtuali": una fisiologia omologa a quella biologica ma autonoma, ubiquitaria e del tutto slegata dalle dimensioni tradizionali. In questo scenario in cui la parola "digitale" tende felicemente a scomparire per farsi banalmente e semplicemente arte, secondo la felice intuizione di Maria Grazia Mattei, risuona anche la dimensione poetica di Vito M. Bonito, per cui "bianco è / il dolore / l’istante", mentre l'opera stessa si apre all'estetica della formatività di Luigi Pareyson, dove schermi e flussi digitali si manifestano come cronocromie e metafore del ciclo della vita, capaci di generare campi di stimoli in un'indissolubile armonia.







lunedì 18 maggio 2026

Anna Valla : Tempo periodico - 1979/2026



23 maggio - 27 giugno 2026
inaugurazione sabato 23 maggio 2026 alle ore 18,30

Il Fondaco - Via Cuneo 18, Bra

Testo critico di Toti Carpentieri




[dal comunicato stampa]

L’evento fa parte della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del Sacro”, con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc In collaborazione con Il Fondaco, Provincia di Cuneo, Città di Bra La mostra sarà visitabile dal 23 maggio al 27 giugno 2026 Il Fondaco – Via Cuneo 18, Bra (CN) La mostra sarà visitabile dal giovedì al sabato dalle ore 16 alle ore 19 e su appuntamento (3397889565 - www.ilfondaco.org) Ingresso libero

La mostra “Tempo periodico – 1979/2026” si presenta al pubblico come il diciassettesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026. 

** L’esposizione, che sarà visitabile dal 23 maggio al 27 giugno, segna un ritorno significativo dell'artista negli spazi di via Cuneo, offrendo al pubblico una riflessione profonda sulla memoria, il segno e la materia. Partendo da una solida base concettuale, la sua cifra stilistica si è evoluta nel tempo verso una pittura colta e stratificata, capace di superare il rigore intellettuale puro per abbracciare una dimensione più materica e lirica. La sua indagine artistica si concentra spesso sulla scrittura come segno visivo e sulla sovrapposizione di trame che richiamano la memoria e il trascorrere del tempo. Con una carriera che attraversa diversi decenni, Anna Valla ha esposto in numerose mostre personali e collettive, mantenendo un dialogo costante con il territorio piemontese e la scena artistica nazionale. La sua arte è un processo di scavo e di riscrittura, un esercizio di pazienza e sensibilità che trasforma la tela in un diario aperto, dove il silenzio e la parola si fondono in un’unica forma espressiva. Nelle sue opere, la stratificazione non è solo tecnica, ma filosofica: ogni segno, ogni colore e ogni trama nascondono e rivelano al contempo ciò che è avvenuto prima. Il tema del "Palinsesto" guida l'intera ricerca di questa mostra. Come le antiche pergamene riscritte, le tele di Anna Valla diventano superfici su cui si accumulano leggeri strati di colore e trame segniche. Ogni opera è un invito a decifrare ciò che il tempo ha depositato pittoricamente sulla tela, e ciò che l'artista ha saputo riportare alla luce. Nel rapporto fisico con la tela, Valla scrive questa bella citazione: “Per me dipingere è un atto di scavo; ogni strato è una parola aggiunta a un discorso mai interrotto". L'allestimento presso Il Fondaco esalta la natura ritmica dei lavori dell'artista. Le grandi e medie composizioni, sature di segni dialogano e interagiscono con la struttura architettonica specifica della galleria, creando un percorso meditativo capace di far dialogare l’arte contemporanea con un ambiente accogliente e storico. Durante il periodo della mostra sono previsti incontri esclusivi con l'artista, un'occasione unica per il pubblico, gli studenti e i collezionisti di dialogare direttamente con Anna Valla e approfondire la genesi delle sue opere. 

** Anna Valla è nata a Saluzzo, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia Albertina di Torino e ha completato la sua formazione nell’ambiente culturale dell’avanguardia torinese degli anni ‘70. La sua prima personale è del 1979. Successivamente ha partecipato ad altre personali in Italia (Bologna, Napoli, Parma, alassio, Ascoli Piceno, Bra, Perugia, Genova, Omegna, Roma, Firenze, Bari, Torino) e all’estero (come a Basilea, Parigi, Dusseldorf, Melbourne e Geelong). Le sue opere sono presenti in varie Gallerie d’Arte Moderna di Gallarate, Termoli, Marradi, Torre Pellice, a Milano presso la Banca Commerciale Italiana, a Saluzzo presso la Banca Regionale Europea, e in collezioni private. Tra il 1990 e il 1996 ha realizzato sculture in ceramica nei laboratori di Albisola e anche in vetro presso una vetreria d’arte di Savona. Gli elementi Per informazioni: info@grandarte.it – www.grandarte.it principali che caratterizzano le sue opere sono il colore e il segno gestuale, accomunate da un astrattismo lineare, senza però che la sua pittura si esaurisca nell’una o nell’altra, e senza che l’una prevalga sull’altra, in un rapporto di mediato equilibrio e di coerente complementarietà. Il risultato a cui perviene è quindi straordinariamente unitario : il rigore concettuale dell’astrazione geometrica viene utilizzato non per elidere ma, al contrario, per rendere viva e vibrante la carica emotiva e pulsionale espressa attraverso il colore. La realtà viene quindi filtrata da una sorta di “occhio-ombelico”, un’attenta tensione percettiva sia fisico-emotiva che intellettuale, con un’esigenza di contatto-distacco tra la realtà percepita e la sua riflessione meditata, mediata e resa finalmente nell’opera. Nelle sue creazioni prevalgono i bruni, le terre, gli ocra e i colori tenui. Le opere di Anna Valla denotano un gusto per il ritmo, l’armonia e l’equilibrio, sintetizzati in forme semplici. Un motivo costante nei suoi elaborati sono linee abbozzate e schizzate che danno dinamicità alla composizione.



martedì 31 marzo 2026

Immersione nella luce


Mostra personale di Franco Blandino 

4-26 aprile 2026
inaugurazione si terrà sabato 4 aprile 2026 alle ore 18.00 

Chiesa di San Giovanni 

via Garibaldi 71 - Fossano (Cuneo) 





[dal comunicato stampa]

L'evento, che prevede l'ingresso libero, sarà arricchito da un testo critico a cura di Claudio Mana. L’esposizione rappresenta il quindicesimo appuntamento della rassegna “OMG – grandArte 2025–2026 | I confini del Sacro”, realizzata con il sostegno della Regione Piemonte e della Fondazione CRC. Attraverso la sua ricerca artistica, Franco Blandino interroga la dimensione del sacro, utilizzando la luce non solo come fattore tecnico, ma come valore simbolico e metafora del trascendente. Il percorso espositivo invita lo spettatore a cogliere un riflesso di spiritualità anche nella realtà quotidiana, trasformando la visita in una vera e propria esperienza interiore. 

La mostra sarà visitabile dal 4 al 26 aprile 2026, dal venerdì alla domenica dalle ore 17:30 alle 19:30, con l’eccezione delle festività del 5 e 6 aprile. L'iniziativa è organizzata in collaborazione con il Comitato Borgo Vecchio, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Fossano, la Fondazione e la Cassa di Risparmio di Fossano S.p.A.. In allegato trovate il comunicato stampa completo con l'approfondimento critico e i dettagli biografici dell’artista. Ringraziandovi per l’attenzione, porgiamo cordiali saluti.

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Il primo evento d’arte 2026 in San Giovanni a Fossano vede il ritorno dell’artista fossanese Franco Blandino, medico di base, noto in città per la grande dedizione e professionalità. La sua pittura si colloca in una ricerca artistica che interroga la dimensione del sacro in un tempo profondamente secolarizzato. Il suo lavoro non si limita a proporre immagini devozionali in senso tradizionale, ma tenta piuttosto di restituire un sentimento più ampio di spiritualità: uno spazio interiore in cui stupore, inquietudine e tensione verso il trascendente si manifestano attraverso il linguaggio della pittura. In questa prospettiva, l’elemento centrale della sua ricerca appare essere la luce. Essa non è semplicemente un fattore tecnico o compositivo, ma assume un valore simbolico e quasi teologico. Nelle opere di Blandino la luce sembra provenire dall’alto, come una sorgente che irradia la scena e al tempo stesso attrae le figure verso di sé. Si configura così come metafora del trascendente, come segno di una tensione spirituale che attraversa lo spazio pittorico e orienta lo sguardo dello spettatore. Questa dimensione emerge con particolare evidenza in opere come “De profundis clamavi”, dove la luce diventa elemento generatore dell’immagine e principio di elevazione. Attorno a essa si organizza un caleidoscopio cromatico che non ha soltanto funzione decorativa, ma contribuisce a costruire un’atmosfera di ricerca e di attesa, quasi una soglia tra il visibile e l’invisibile. Anche nelle opere grafiche e nei fumetti, spesso realizzati in bianco e nero, l’artista dimostra una notevole consapevolezza del valore espressivo della luce. Gli spazi bianchi, i contrasti con l’inchiostro e le improvvise aperture luminose tra rami o paesaggi suggeriscono una presenza silenziosa, una traccia del sacro che affiora nel quotidiano. Ciò che caratterizza la poetica di Blandino è dunque la capacità di far emergere il sacro non tanto attraverso soggetti esplicitamente religiosi, quanto tramite un uso simbolico della luce e del colore. Il sacro diventa così esperienza percettiva e interiore: una vibrazione luminosa che attraversa le forme e invita lo spettatore a cogliere, anche nella realtà più ordinaria, un riflesso di trascendenza. Rivolgo, quindi, un invito a non perdere questa “immersione nella luce” che ci viene proposta, con la visita della mostra in Borgovecchio.

Claudio Mana



lunedì 16 marzo 2026

Stadime - Grandarte - Fondazione Casa Delfino Cuneo





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La mostra “STADIME - STAnza DI MEditazione” si presenta al pubblico come il quattordicesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026.

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Nel 1918 Bertrand Russel é autore di uno scritto che, fin dal titolo 'Misticismo e Logica' asserisce, con grande lucidità, che 'i più grandi filosofi hanno sentito il bisogno sia della scienza sia della mistica' e prosegue precisando che 'la mistica è, in sostanza, poco più di una certa intensità e profondità di sentimento nei riguardi di ciò che si pensa a proposito dell’universo». La mistica, a ben vedere, con la sua originale grammatica mobile, ha sovente conquistato personaggi a prima vista ostici nei confronti della religione, come André Gide, in continuo duello con la sua matrice ugonotta: ne 'Il ritorno del figlio prodigo, Se il grano non muore, La porta stretta, Saul, Numquid et tu?, L’immoralista' si trovano continui rimandi biblici, una attenta esplorazione dei segreti contraddittori dell’anima tesa a perforare i veli dell’ipocrisia puritana.

E si può allargare di molto il ventaglio degli agnostici tentati-affascinati dalla mistica, a partire dallo straordinario sguardo “dall’occhio chiuso” (applicato al mago Balaam) di Borges, per passare a Voltaire, ammiratore dell’'Imitazione di Cristo', uno dei classici della spiritualità, le cui «parole sono come fuoco nascosto nella pietra», e giungere a Roland Barthes che riteneva gli 'Esercizi Spirituali' di Sant’Ignazio di Loyola un eccezionale palinsesto dell’anima, per cui «non occorre essere né cattolici né cristiani né credenti né umanisti per essere interessati a quest’opera». A questo punto ci si può chiedere quale sia la calamita che attrae persone distanti dalla pratica religiosa e persino individui apatici rispetto a temi religiosi, pronti però, sovente, a pendere dalle labbra di un esotico guru misticheggiante?

'Ascesi' in greco significa 'esercizio' un qualcosa che rende naturali le esperienze e le figure somatiche più ardue, capaci di tentare la sfida con la legge di gravità, come accade nella danza classica, nell’atletica, nell’acrobazia. La mistica è, quindi, mistero e diafania, trascendenza e fisicità, miracolo e realismo. E la via dell’amore, dello stesso eros, della bellezza, del «Tu e io liberi da noi stessi, uniti nell’estasi, pieni di gioia e senza vane parole» – citazione da Rûmî, XIII sec., il maestro dei dervisci danzanti e dei sufi– si associa a un’altra dominante, conseguente alla logica d’amore, quella della corporeità trasfigurata.

È, questo, un fil rouge della tradizione mistica che tocca ogni latitudine. In Occidente, ad esempio, il grande e spesso indecifrabile Meister Eckhart, contemporaneo di Dante, ammoniva che «bisogna pregare con tanto fervore da tener avvinte le membra e le facoltà umane, orecchi, occhi, bocca, cuore e ogni senso, e non cessare finché non si sente di essere uno con Colui che preghiamo». Un santo vescovo ortodosso russo del ’700, Tikhon di Zadonsk, era ancor più didascalico: «Dammi, o Signore, cuore per amarti, occhi per vederti, orecchi per udire la tua voce, labbra per parlare di te, gusto per assaporarti, olfatto per sentire il tuo profumo, mani per toccarti, piedi per seguirti!». E un filosofo intriso di mistica come Rosmini elencava minuziosamente tutti i verbi dell’intimità con Dio: “conversare, parlare, soddisfare, ricordarsi, volere, intendere, conoscere, innamorarsi, pensare, operare, sperare, piacere, patire, ecc.”

Dopo queste premesse -e potrebbero tornare utili altri numerosi riferimenti- è possibile accedere al pensiero-progetto-installazione di Domenico Olivero che, con STADIME - Stanza DI Meditazione - propone un 'luogo altro' incentrato su un percorso fatto di segni, di suoni, di invito alla concentrazione, sostenuto da quel bisogno di spiritualità -che può volgere in astrazione- verso cui è attratta la natura umana, pur agnostica. Occorre fisicamente entrare nella prima stanza -concetto di accoglienza- in cui due grandi piante verdi di foglie sono addobbate con pendagli e foglietti, legati da fili colorati e perline, che recano scritte suggerite da parole di religioni, culture, tradizioni diverse, uno sguardo sul mondo ispirato dalla spiritualità. Questa stanza, piena di luce, accoglie a parete sette pannelli su cui Olivero ha concentrato una summa semplificata delle religioni del mondo, dalle più antiche ad altre più recenti, attraverso segni, simboli, disegni che possiedono più livelli di interpretazione, mentali, emotivi, energetici. Rimandi, luoghi, climi, tradizioni del mondo, in dialogo; attingendo dall'inconscio collettivo, dall'archetipo, dalla memoria dell'umanità i simboli possiedono una diretta profondità intuitiva, e comunicano o suggeriscono domande possibili. I simboli sono come ponti che non spiegano il mistero ma lo rendono percepibile e presente per dare senso all'esistenza, sono possibili connessioni tra il visibile e l'invisibile. Tracce su cui sostare con l'occhio che trasferisce alla mente messaggi che possono condurre a interrogativi, curiosità, interpretazioni, un gioco di rimandi e citazioni che incoraggiano una possibile ricerca personale così come l'auto-trasformazione.

Nella seconda stanza, che a contrasto della prima è semibuia, avviene la sosta, un'immersione, un invito alla meditazione sottolineata da un suono persistente - musica di Francesco Cesario, dal titolo 'Onde'- che avvolge la persona ospite la quale, per meglio entrare in sintonia con l'ambiente che lo accoglie, è invitato a porsi al centro, seduto su cuscini posati su un tappeto che, non a caso, è una coperta termica. A parete quattro pannelli di carta dorata, mentre, a terra, sono posati cinque specchi tondi, evocazione dei cinque continenti, dei cinque sensi e anche numero allegorico indicato per rappresentare l'equilibrio tra il cielo e la terra: un gioco di rimandi e interferenze, di riflessi e di sosta, un luogo di sospensione, di un eventuale invito alla concentrazione, di attesa, di memoria? C'è una tradizione orientale che suggerisce che noi nasciamo perchè apparentemente abbiamo perduto un filo d'oro; e questo filo lo andiamo cercando nelle cose, nelle persone, nella famiglia, negli incontri, nel denaro, nel successo, anche nella spiritualità, senza renderci conto che niente di tutto ciò è quello che stiamo davvero cercando: in realtà siamo noi quel filo d'oro inseguito, siamo il percorso e la meta. E allora la stanza che ci accoglie forse non è altro che un luogo in cui astrasi, dove accantonare per un breve spazio di tempo la quotidianità e volgere il pensiero altrove: lasciarsi andare, per poi, forse, ritrovarsi.

Alessandro Abrate





Domenico Olivero è un artista italiano che da diversi decenni realizza opere artistiche declinate spesso in azioni sociali o culturali.

Opera principalmente in ambito concettuale con opere che cercano il dialogo con il fruitore, sviluppando tematiche personali, sui temi dell'identità e della società.

I suoi lavori prendono forma attraverso diversi media che possono essere i disegni, quadri, sculture, fotografie, video, performance e installazioni realizzate sempre con uno spirito di ricerca e innovazione, applicandosi anche alle nuove tecnologie come la stampa 3D e il mondo virtuale.

La sua attività si amplia all'azione di operatore culturale con conferenze, lezioni e incontri d'arte, laboratori per adulti e bambini, visite guidate per mostre o spazi culturali, workshop e consulenze sul mercato dell'arte contemporanea.

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La mostra sarà visitabile dal 21 marzo al 12 aprile 2026 (escluse le festività del 5 e 6 aprile)

il sabato e la domenica dalle 16:30 alle 19:00 oppure su prenotazione per lo svolgimento di attività di meditazione scrivendo alla e-mail: cuneoarte@libero.it

Fondazione Casa Delfino - Corso Nizza, 2 - 12100 Cuneo (CN)

Ingresso libero


STADIME - STAnza DI MEditazione

Domenico Olivero

Inaugurazione : Sabato 21 marzo 2026 alle ore 18

Fondazione Casa Delfino – Corso Nizza, 2 – 12100 Cuneo (CN)

Testo critico di Alessandro Abrate

Intervento sonoro di Francesco Cesario

L’evento fa parte della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del Sacro”,con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc


domenica 2 novembre 2025

Luoghi dismessi

Mostra personale di Gianni Martia Tessari 

a cura di Enrico Perotto

8 novembre 2025 - 15 marzo 2026
inaugurazione sabato 8 novembre 2025 alle ore 17,00
visitabile venerdì, sabato e domenica dalle ore 15,00 alle ore 17,00

 Centro Civico e Culturale 

via Roma 6 - Rittana 

[dal comunicato stampa ]

Dopo aver esposto in due diverse sedi a Torino alcune opere del medesimo ciclo, Rittana ospita il corpo completo della attuale produzione di Gianni Maria Tessari dedicata ai Luoghi dismessi. Sono lavori costruiti «pittoricamente su immagini fotografiche rettificate» dove l’artista introduce «quei suoi ben riconoscibili glifi, un tipo di scrittura criptica, priva di significato verbale, ma con forti connotazioni simboliche» e ci mostra, come sottolinea nel testo critico del catalogo della mostra Enrico Perotto, «il lato poetico nascosto delle cose abbandonate, lasciate cadere nel disfacimento progressivo e sottoposte all’azione di rioccupazione dell’area da parte dell’ambiente naturale circostante»: luoghi urbani disabitati, vecchi siti industriali, fabbriche dismesse…». «Le opere pittoriche di Tessari si ispirano al concetto della dismissione come un "bivio silenzioso" che segna il passaggio da ciò che è stato a ciò che potrebbe essere. Attraverso le sue creazioni, l'artista esplora come il lasciar andare un oggetto, un'idea o una relazione sia in realtà un processo di purificazione e liberazione, un movimento verso l'evoluzione che fa spazio al nuovo. (…) Come suggerisce l'artista, ogni fine porta con sé i semi di un nuovo inizio. Le opere in mostra sono una celebrazione di questo ciclo infinito, un promemoria visivo che anche nelle perdite più dolorose, c'è sempre l'opportunità di ricominciare» (Marcello Corazzini, testo di presentazione della mostra “Luoghi dismessi – altri” di Gianni Maria Tessari, presso la CSA Farm Gallery, 2025 – Torino). «E proprio questa lettura, per il particolare contesto che qui stiamo vivendo, non può non suggerirmi ancora nuove similitudini: i “luoghi dismessi” sono le case e i borghi ormai senza vita, l’abbandono di un intero territorio montano, lo spopolamento che ha svuotato di tante energie vitali intere comunità, un mondo dal destino incerto e per taluni segnato irreversibilmente. Su queste condizioni di abbandono con tutte le sue innegabili fragilità e debolezze si stanno tuttavia innestando nuovi segni che vanno in direzione contraria. Alcuni ritorni, nuove presenze, inedite attività contrastano il processo in atto. Una rinnovata resilienza riscopre i valori di antiche comunità che non vogliono cedere, guardano ad un proprio futuro possibile e creano nuove “opportunità di ricominciare”. Questa è dunque una mostra non solo da vedere ma uno stimolo per pensare e trovare nuove dinamiche di crescita» (G. Doglio nel testo di presentazione della mostra). *** Gianni Maria Tessari (1949) vive tra Torino e Bassano del Grappa. Musicista dal 1961 fino al 1977, in seguito si dedica pienamente all’arte visiva interessandosi allo studio della psicologia della percezione. Lavora essenzialmente su progetti: “Vie Oscure”, “Fabbriche e Cieli”, “Appunti sulla Libertà” e “Luoghi dismessi” sono tra gli ultimi. In molte sue esposizioni si è avvalso della collaborazione di altri artisti, di poeti e musicisti. Ha creato una serie di libri d’artista e ha esposto con il Presidio del Libro e del Libro D’Artista “Verbamanent” di Sannicola (Le). È presente in alcuni Musei e Istituzioni in Italia e all’estero, in particolare nel Majdanek State Museum di Lublin (Polonia). È stato ospitato in numerose gallerie d’arte e altri spazi espositivi sia italiani che stranieri, come a Nova Goriça (Slovenia), Osaka (Japan), Kanazawa (Japan), Tokyo (Japan), Osaka (Japan), Madrid (Spagna), Berlino (Germania), Lublin (Polonia) e Pola (Croazia).




sabato 13 settembre 2025

Il sacro - Bernard Damiano


 

La mostra “IL SACRO” - BERNARD DAMIANO si presenta al pubblico come il nono evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026. 

Dopo la precedente edizione di HELP, Humanity, Ecology, Liberty, Politics, tenutasi nel 2022, si è voluto concentrare l’attenzione su temi e considerazioni più specificamente rivolti all’ambito della spiritualità, intesa nel senso più ampio del termine, nonostante i tempi odierni dominati dalla secolarizzazione e da una conseguente e diffusa indifferenza verso le questioni che investono il mondo dell’interiorità, del rapporto con il divino e più in generale di tutto ciò che costituisce la dimensione del trascendente. “Vediamo di restare in ascolto sempre, fino all’ultimo”, scrive Sergio Givone quasi alla fine del suo saggio intitolato La ragionevole speranza. 

Come i filosofi hanno pensato l’aldilà (Solferino, 2025). Ed è quanto si cercherà di attuare con la nuova serie di mostre di grandArte 2025-2026: dare voce agli artisti che parteciperanno con le loro meditazioni in forma di immagini elaborate attraverso le più diverse tecniche espressive (dalla pittura alla fotografia e dalla scultura alle installazioni oggettuali). 


La mostra, organizzata in collaborazione con Coumboscuro Centre Prouvençal e la Diocesi di Cuneo, è inserita nel programma del festival “Il Territorio si racconta”, che sarà presentato il 19 settembre alle ore 16 presso il Vescovado Nuovo di Cuneo, nella stessa sede dove, alle ore 17, si terrà l’inaugurazione  della mostra.


Dopo le inaugurazioni di Images de femmes. Omaggio a Bernard Damiano presso il Centro Incontri di Rittana (con le opere degli artisti Mirko Andreoli, Vesna Bursich, Alejandro Dini, Giorgio Giordano, Katharina Grodzki, Pino Mantovani e Cristina Saimandi) e di “Mourre”. Ritratti e autoritratti nel Centre

Prouvençal di Sancto Lucio de Coumboscuro, l’associazione grandArte, in collaborazione con Mudri, Comune di Rittana, Coumboscuro Centre Prouvençal e Diocesi di Cuneo-Fossano, è lieta di presentare il terzo appuntamento di un progetto espositivo con cui si intende celebrare la statura umana, creativa, 

artistica e spirituale del grande artista di Saretto di Monterosso Grana, in occasione dei 25 anni dalla sua scomparsa e dei 100 anni dalla sua nascita. Le prime due proposte di visita si sono rivolte rispettivamente al tema delle figure femminili e a quello dei ritratti e degli autoritratti presenti in gran numero nella pittura e nella scultura espressionistica di Bernardo Damiano. Ora, negli spazi al piano terra del magnifico edificio neoclassico del Nuovo Vescovado, si proporrà un cospicuo insieme di opere dedicate alle forme e ai contenuti della religiosità cristiana, che non sono certo un elemento occasionale o di scarso rilievo nella pittura e nella scultura di Damiano. I visitatori potranno così immergersi in un emozionante viaggio nel cuore dei valori umani e spirituali espressi nei lavori dell’artista italofrancese, sin dai tempi della sua adolescenza, trascorsa insieme all’amico d’infanzia Sergio Arneodo, a contatto con i richiami evocativi ancestrali dell’ambiente alpino di Coumboscuro. 

Ecco la raffigurazione degli esclusi che vivono ai margini della società parigina; ecco un autoritratto con natura morta e croce, metafora inequivocabile del concetto di vanitas o di memento mori, ed ecco i temi religiosi, ampiamente considerati ed espressamente rivolti, oltre che alla tenerezza della maternità di Maria, soprattutto ai momenti maggiormente coinvolgenti della Passione e della Morte di Gesù: per ogni circostanza, Damiano si è dato il compito morale di combattere, con gli strumenti propri della sua arte, per la giusta causa del riscatto dell’umanità oppressa dalle sue stesse colpe occulte, modellando nella materia pittorica o scultorea (in cera, creta, legno, gesso e bronzo) i corpi feriti o annientati che animano anche i ricorrenti scenari, sulfurei e tragici, tratti dal Libro dell’Apocalisse, travolgenti e grondanti pastosità policrome, ricolmi di perturbanti presagi di dissoluzione, ma toccati anche da promesse di un luminoso rinnovamento.

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Bernard Damiano (Sarét de Coumboscuro, Monterosso Grana, Cuneo, 1926 - Nizza, Francia, 2000) da giovanissimo si accosta al disegno e alla scultura in legno, appassionandosi alla letteratura e all’arte. Dal 1946 entra in contatto con l’ambiente artistico torinese e segue le lezioni di pittura di Giulio Boetto. In seguito, apre un atelier a Nizza, esordendo con una mostra personale nel 1958. A Parigi frequenta Karel Appel e si confronta con la pittura informale del gruppo Cobra. Diventato cittadino francese, svolge la sua attività tra Francia e Italia. A Milano conosce il critico Giovanni Testori con il quale si crea un intenso sodalizio culminato in mostre a Milano, Perugia e Parigi. A Sancto Lucio di Coumboscuro, sede del Centro Internazionale per la Cultura Provenzale, collabora con il poeta e amico fraterno Sergio Arneodo, realizzando per la Parrocchiale numerose opere pittoriche e scultoree, tra cui il Crist sagnànt, una delle opere più intensamente espressive dell’artista di Sarét.

lunedì 1 settembre 2025

Quadrilogia


Mostra collettiva degli artisti

Marco Cuttica / Michele De Vita / Enzo Mastrangelo / Beppe Pepe

a cura di Sandra Aliotta

5-28 settembre 2025
inaugurazione venerdì 5 settembre 2025 ore 17.30 
visitabile fino al 28 settembre 2025, il sabato e la domenica dalle ore 15.00 alle ore 18.00
ingresso libero

Palazzo Santa Croce

via Santa Croce 6, Cuneo.


L’esposizione fa parte della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del Sacro”, con il patrocinio del Comune di Cuneo e il sostegno della Fondazione CRC