La mostra “Figurazioni. La giostra della vita. Opere 1984-2026” si presenta al pubblico come il trentunesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG - grandArte 2025-2026 - I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026.
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La mostra personale intitolata “Figurazioni. La giostra della vita. Opere 1984 – 2026” presenta al pubblico una selezione di ventun dipinti che documentano alcuni dei temi iconografici che più caratterizzano l’espressione figurativa tipica dell’artista cebano, a partire dalla condizione estrema dell’uomo o di Cristo oltraggiato e costretto ai patimenti della morte in croce, ma anche quella altrettanto crudele e simbolica del “bove squartato”. Dunque, è ben presente il registro esistenziale contrassegnato da inquietudine e sofferenza, a cui si affianca anche l’esplicito riferimento al messaggio evangelico, testimoniato da uno studio della composizione del mosaico raffigurante la scena della Tempesta sedata, realizzata nel 1985 per la facciata della Chiesa del Sacro Cuore di Mondovì Altipiano. Tra le “intenzioni pittoriche” di Tanchi, profonde e insistenti nell’arco dei suoi oltre settant’anni di attività artistica, che sono presenti nell’esposizione doglianese, insieme ai dolenti crocifissi, spiccano i temi delle mani, delle farfalle, dei gabbiani, dei cavalli, delle sirene e dei velieri, tutti elementi iconografici che alludono a una ricerca individuale che parte da una data realtà figurativa e che procede per successive sottrazioni, sovrapposizioni e cancellazioni, indirizzandosi verso un altro e diverso orizzonte di immagini, che si presentano allo sguardo limpido del pittore come nuove e sorprendenti individuazioni formali, una sorta di altrove percepito o inseguito nello svelarsi di un sogno a colori. Si tratta, come ha scritto Imo Benelli nel suo testo monografico dedicato a Tanchi Michelotti e pubblicato in Sei pittori monregalesi del 1972, di “direzioni di ricerca” che si comportano come “motivi per trovare nuove soluzioni costruttive, per riscoprire un senso plastico e soluzioni coloristiche inedite. Pochi, come Michelotti, sanno trarre dalle pennellate tante possibilità espressive, non retoriche, però, né spettacolari; pennellate vive, scorrevoli e libere, di una sostanza cromatica densa, preziosa, ma senza facili piacevolezze”. La pittura per Tanchi non può fare a meno dell’oggetto reale o dei valori illustrativi del quadro: è una costante del suo pensiero visivo che può anche fargli correre il rischio di essere considerato un pittore all’antica, ma tant’è. È una sorta di pregiudizio critico a cui non si sottrae. Per lui non ci può essere solo astrazione, perché sente impellente il bisogno di alludere a una presenza figurale.
Pertanto, egli si affida alla rassicurante riproposizione di pretesti compositivi, dando luogo ad accadimenti formali che si ripresentano ogni volta nello stesso modo e ogni volta assiste allo spettacolo dell’avverarsi di una variazione nella ripetizione. È il fascino misterioso della pittura. Si può partire da un qualsiasi tema che si accenna sulla tavola macchiata (mai iniziando da una superficie bianca) lavorata in orizzontale e poi trovarsi a girare sottosopra l’immagine e ricominciare a far nascere un altro quadro. Ciò che Tanchi persegue non è tanto la definizione oggettiva di ciò che rappresenta, quanto piuttosto il processo di germinazione delle idee coloristiche e formali che gli sono proprie e che sono il frutto di un fare e rifare, di un coprire e di uno scoprire, di un passaggio da un sistema strutturale ad un altro, per giungere ad una sempre nuova dimensione visiva delle immagini, la cui improvvisa apparizione è anelata e inseguita, fino allo svelarsi di un possibile altrove. I colori briosi della sua tavolozza, caratterizzati da tonalità accese di giallo, blu, beige, rosa, azzurro, verde, rosso, arancio e turchese, gareggiano con i segni tracciati direttamente con i tubetti, come se fossero gessetti, fatti scorrere sulle asperità dei supporti. Talvolta tra le mani di Tanchi compare una lametta da barba, utilizzata per raschiare via porzioni di colore che si trasformano in punti di luce particolarmente evocativi. Ed ecco l’opera finita: un atto di invenzione rapidissimo, una nuova realtà di figure sentite come forze vitali e intensamente poetiche.
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Tanchi (Piero) Michelotti è nato il 10 marzo 1933 a Ceva (Cn), città alla quale è legata la sua lunga carriera artistica e di insegnante e in cui si è accostato precocemente al disegno di fronte al contesto naturalistico, sviluppando uno stile espressivo personale e incisivo. Lui stesso si è autodefinito “pittore all’antica” che opera “con lo zelo del dilettante e la libertà dell’autodidatta”. Tuttavia, dopo gli anni del liceo che ha frequentato a Savona (dove ha potuto conoscere e frequentare gli artisti locali e molte presenze internazionali attive nel mondo delle ceramiche di Albissola), a partire dal 1951, ha proseguito gli studi per due anni presso la Facoltà di Architettura di Torino, seguendo i corsi di disegno dal vero tenuti dallo scultore Emilio Musso e dal pittore Teonesto Deabate, e si è poi laureato in Lettere con una tesi in Storia dell’Arte sull’architettura di Michelangelo Garove. A Roma, ha collaborato alla RAI con il critico cinematografico Fernaldo Digiammatteo, effettuando “conversazioni” radiofoniche su argomenti artistici e realizzando la copertina e i disegni dell’opuscolo pubblicato dalla ERI - EDIZIONI RAI come supplemento al “Radiocorriere TV”, n. 40, settembre 1960, con la Stagione di Prosa 1960-1961. Le grandi produzioni della TV. Nella capitale, ha incontrato anche Carlo Levi, compagno di scuola della madre e di una sua zia. A Torino, è entrato in contatto con i circoli intellettuali e gli artisti di spicco della città negli anni Cinquanta, come Enrico Paulucci, Ezio Gribaudo, Marziano Bernardi, Luigi Carluccio, Angelo Dragone e altri ancora che ne hanno riconosciuto il talento originale, continuando a praticare l’attività pittorica senza inseguire mode di nessun genere o indulgere in provocazioni e sperimentazioni fini a sé stesse. Ha stretto amicizia con Romano Reviglio, disposto ad abbandonare la carriera da avvocato per dedicarsi del tutto alla pittura. Si è rivolto a esperienze culturali sia lontane che vicine, dall’Ottocento piemontese a Picasso, Braque o a Marino Marini, Cassinari o Afro, per accennare solo ad alcune delle sue “scelte istintuali”, che in origine sconfinano pressoché nell’astrazione. Non sono mancate le puntate fisse alla Biennale di Venezia. Ha sperimentato svariate tecniche di esecuzione: dalla terracotta all’incisione (numerose le stampe xilografiche, fra cui una serie di 5 vedute di Ceva del 1969, e quelle litografiche), dalla pittura a olio (su cartone, tela o tavola) allo smalto e dalla pittura murale al mosaico, con cui nel 1985 è stato realizzato l’intervento decorativo sulla facciata della Chiesa del Sacro Cuore di Mondovì Altipiano, raffigurante la Tempesta sedata, tratta dal Vangelo di Matteo (8, 23-27; 14, 22-33), preceduta da numerosi studi a penna e a tempera. Ha conseguito diversi premi e ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, a cominciare dalle Mostre Universitarie Torinesi, curate da Lucio Cabutti, dal 1954 al 1958, e quelle del Piemonte Artistico Culturale, dal 1958 al 1960. La sua prima personale presentata da Ezio Gribaudo si è tenuta nel 1958 alla Società Operaia di Ceva, località nella quale ha scelto di tornare a vivere alla fine degli anni Cinquanta, in controtendenza rispetto ai lusinghieri apprezzamenti critici ricevuti nell’ambiente torinese. Il suo linguaggio espressivo si è progressivamente allontanato dalla sensualità materica pressoché monocromatica delle opere giovanili per approdare ad un’asciuttezza di stile e ad una tavolozza accesa di colori primari e complementari a contrasto tra loro, con cui procede nell’analisi di determinati elementi della realtà: dai pupi ai cavalli, dalle bambole ai treni, dagli uccelli ai paesaggi, dalle nature morte ai velieri, dalle biciclette agli strumenti musicali, dai corpi umani alle giostre. I tratti lineari dei contorni sono eseguiti con i tubetti dei colori usati come gessetti che scorrono direttamente sulle asperità sulle superfici dei supporti con andamenti sciolti ed essenziali, guidati da un’ispirazione intimista e lirica, con cui coglie, in spazi rarefatti costruiti con rigore compositivo, il ritmo cadenzato di ciascun elemento formale, come quello impresso negli eleganti vascelli rappresentati in coppie sovrapposte, o nelle serie ripetute di farfalle dalle ali dispiegate e di cavalli sinuosi ed eleganti o ancora nell’esperienza tragica della morte di un volatile, a cui si affianca quella dell’uomo in croce. Nel 1959, ha partecipato a due collettive del gruppo “Il Crogiuolo”, la prima in febbraio al Circolo Sociale di Fossano e la seconda in marzo alle Cartiere Burgo di Verzuolo. Sempre in marzo dello stesso anno, ha allestito una personale alla Libreria Moderna di Cuneo con presentazione di Orio Gregori e Ugo Traversa. Nel 1963, è stato ospitato nel Salone Rosso di Fossano, presentato da Carlo Morra. Nel 1965, è stato invitato da Romano Reviglio nella sua Galleria del Falò ad Alba. Sono seguite, quindi, altre personali allestite a Bra, Mondovì, Cherasco, Ceva, Milano, Garessio, Genova, Alba, Cuneo, Carrù, Sale San Giovanni, Torino, Monte Carlo, che hanno documentato il procedere temporale della sua ampia e sfaccettata attività. Con Ernesto Rebaudengo ha creato e contribuito alla crescita dell’allora Inapli (Istituto nazionale per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell’industria), oggi Centro di formazione professionale, dove ha insegnato a lungo, prima del concorso per dirigere il Centro di Cuneo. Si è distinto per il suo amore nei confronti del teatro e per il suo senso civico, impegnandosi come assessore in Comune a Ceva e come presidente della Commissione Cultura in Consiglio provinciale. È stato, inoltre, fra i fondatori del Gruppo Micologico Cebano. Negli ultimi decenni, si sono succedute personali allestite a Milano, Genova, Torino, Monte CarloNel settembre del 2003, il Comune di Cuneo gli ha dedicato una retrospettiva in Palazzo San Giovanni, intitolata Tanchi Michelotti. Cinquant’anni di “bonne peinture”, curata da Roberto Baravalle, Ida Isoardi e Fulvia Giacosa. Nel 2004, ha allestito una personale in Palazzo Salmatoris a Cherasco (Cn), con testo in catalogo di Martina Corgnati. Tra settembre e ottobre del 2005, ha tenuto la personale Cavalli sirene e altre cose nell’Auditoriun della Fondazione Cassa di Risparmio di Bra. Tra marzo e aprile 2006, si è svolta la personale Autoritratto per metafore nello Spazio di Santo Stefano a Mondovì (Cn), con il coordinamento di Carlo Pellegrino. Nel 2011, sono state organizzate due personali, la prima in aprile a Casa Delfino a Cuneo e la seconda tra maggio e giugno presso Il Busto Mistero di Alba (Cn), in collaborazione con l’Associazione Culturale Giors Melanotte. Nel 2012, ha esposto presso Fas, in Palazzo Cauda, a Cuneo. Nel 2013, è presente tra marzo e aprile nello spazio espositivo del Banco Azzoaglio di Ceva e tra settembre e ottobre presso la Biblioteca Civica “A. Bertrand” di Ceva. Nel 2015, una sua personale è stata ospitata nella Cantina Comunale di La Morra (Cn). Nel 2012, è stato prodotto il film Tanchi. Autoritratto, a cura dell’Associazione Culturale Geronimo Carbonò, realizzato da Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo, e nel 2018, presso il cinema Borsi di Ceva, è stato presentato il documentario Tanchi. Il pittore, l’uomo di Sandro Bozzolo, promosso dal Banco Azzoaglio e patrocinato dal Comune di Ceva

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