martedì 19 giugno 2018

Michele Pellegrino. Una parabola fotografica.




 
 
Michele Pellegrino. Una parabola fotografica.
Mostra fotografica promossa dalla Fondazione CRC.

a cura di Enzo Biffi Gentili.

CUNEO | Complesso Monumentale di San Francesco, ex Chiesa di San Francesco
Giovedì 19 luglio – domenica 30 settembre 2018

Anteprima per la stampa: mercoledì 18 luglio 2018
È necessario accreditarsi: press@paolamanfredi.comPer i giornalisti interessarti è a disposizione su accredito una navetta da Milano con A/R in giornata.

Valle Varaita, 1976 | PH Michele Pellegrino
 
La Fondazione CRC presenta, da mercoledì 18 luglio a domenica 30 settembre presso il Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo, con la collaborazione del Comune di Cuneo, la mostra Michele Pellegrino. Una parabola fotografica, a cura di Enzo Biffi Gentili. L’esposizioneè un'antologica dedicata al fotografo cuneese Michele Pellegrino che ripercorre 50 anni di carriera.
La mostra è stata realizzata grazie alla donazione dell’intero archivio fotografico da parte di Michele Pellegrino alla Fondazione CRC che, nell’ambito del progetto Donare - Rilanciare la cultura del dono in provincia di Cuneo, intende rafforzare lo spirito di condivisione nella comunità della provincia di Cuneo custodendo i tesori che vengono donati e promuovendo nuove opportunità di donazioni.
Il titolo della mostra trae ispirazione da una riflessione di Cesare Pavese, l’illustre scrittore cuneese del quale quest’anno ricorre il 110° anniversario dalla nascita. In una lettera del 1949, pubblicata nella raccolta Lettere 1926 - 1950 (Einaudi 1968), Pavese, riferendosi al suo romanzoPaesi tuoi, afferma: " L'opera è un simbolo dove tanto i personaggi che l'ambiente sono mezzo alla narrazione di una paraboletta, che è la radice ultima della narrazione e dell'interesse: il 'cammino dell'anima' della mia Divina Commedia".
Le parole di Cesare Pavese diventano una sorta di guida d'eccezione della mostra accompagnando il visitatore tra le immagini esposte: come in un gioco di specchi è il celebre scrittore a illustrare il lavoro di Pellegrino e non viceversa. Entrambi gli artisti sono accomunati dall’insofferenza verso l’etichetta di narratori realisti e naturalisti data da molti critici, quando è invece l’ottica simbolica a dirigere le loro trame artistiche."Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie..." così lo stesso autore, parlando in terza persona, si difende dalle accuse dei critici nella sinossi redatta per i Dialoghi con Leucò (Einaudi, 1947).
Il percorso espositivo comprende 75 fotografie suddivise in 19 sezioni monotematiche e prende avvio dalla navata della ex Chiesa di San Francesco per terminare nelle cappelle, in un viaggio che parte dai ritratti dei contadini degli anni ’70, sino ai paesaggi montani dagli anni ’80 a oggi.
Valle Stura, 1989 | PH Michele Pellegrino 

Nelle fotografie degli anni ’70 i soggetti rappresentati sono “anacronistici”, residenti in un limbo temporale che li separa dal giogo della quotidianità. Si tratta di mezzadri della pianura e di montanari  resistenti sulle alture delle Langhe, frati e suore di clausura. Personaggi fuori dal tempo, raffigurati come fossili antropologici.Proprio i frati e le suore di clausura sono i protagonisti della sezione Padri e sorelle , dedicata agli 8 anni, dal 1972 al 1980, in cui Michele Pellegrino, credente, seppur non osservante, appassionato di letture filosofiche e teologiche, si è dedicato a ritrarre questi personaggi che per propria scelta vivono al di fuori della società e della storia. È una missione fotografica unica nel suo genere, originata dall’interesse verso queste scelte di radicalità spirituale ed esistenziale. L’importanza della sua ricerca è tale che nell’abside della ex chiesa di San Francesco è ospitato Il trittico mistico, una composizione di tre grandi foto conventuali.
Dagli anni ’80 le fotografie di Pellegrino vedono via via scomparire la figura umana, trasformandosi in immagini inanimate e difficilmente databili. Gli adorati paesaggi montuosi e, più raramente, marini, diventano i soggetti scelti dal fotografo. Luoghi in cui l’unico vissuto è quello minerale, in lentissima e impercettibile evoluzione. Le sue vette, soprattutto quelle più “tenebrose”, privilegiate in questa mostra, rinviano al tempo stesso al sublime e all’eremitico. Pellegrino si dimostra egualmente straordinario quando fotografa interi paesi del cuneese, luoghi che sembrano disabitati, infestati da oscure presenze che rimandano al neogotico e al fantasy.
L’interpretazione della realtà in Pellegrino si accosta al senso ultimo dell’opera del citato Pavese, una visione simbolica e metafisica del mondo che lo circonda, una concezione quindi, quella di Pellegrino, della fotografia come allegoria.
La mostra sarà accompagnata da Storie , una speciale monografia sull'intera opera di Pellegrino edita da Skira con testi critici redatti da Enzo Biffi Gentili e Walter Guadagnini.
 

Biografia Michele PellegrinoMichele Pellegrino è nato il 1° febbraio 1934 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo e ha avuto una vita piuttosto movimentata. Da bambino ha vissuto gli anni difficili e travagliati della guerra. A nove anni, da giugno, appena finita la scuola, fino all’inizio del seguente anno scolastico, è andato come servitore in una cascina. La paga pattuita era mezzo sacco di castagne e mezzo sacco di patate. Erano tempi difficili e in famiglia tutti dovevano contribuire. Il lavoro di pastore fu l’inizio di molti altri mestieri. Poi l’innamoramento per la fotografia, fino a quel momento un universo sconosciuto. Per Pellegrino fu l’inizio di una nuova vita. Autodidatta assoluto, senza la minima idea di cosa concretamente fosse e a che cosa servisse la fotografia, incominciò a fare le cose che fanno tutti i fotoamatori, e aprì un piccolo laboratorio per servizi e sviluppi su commissione. Poi, sentendo l’esigenza anche di un lavoro più creativo, autonomo e personale, si guardò intorno e decise di fotografare il mondo che conosceva meglio, quello della montagna. Erano gli anni dell’“esodo”. La montagna si spopolava, la gente era abbandonata da tutti e l’unica possibilità per loro era migrare verso la pianura, la città, la fabbrica. Dopo i primi goffi tentativi, Pellegrino si rese conto che raccontare per immagini non era così semplice, ma da montanaro testardo non si arrese e nacque così Il profondo Nord. Un’indagine a tappeto su quasi tutte le vallate del Cuneese. Seguirono altre storie, spesso con argomenti diversi tra loro. Pellegrino ha sperimentato quasi tutti i generi fotografici, non si è mai fatto mancare niente. Pur avendo fatto mostre importanti in Italia e all’estero ha sempre privilegiato il libro. Ne ha pubblicati circa trenta.


Informazioni praticheMichele Pellegrino, una parabola fotograficaLuogo: Complesso monumentale di San Francesco via Santa Maria 10 Cuneo
Orari: dal martedì alla domenica alle ore 15.30 - 18.30. Lunedì chiuso.
Ingresso libero.

lunedì 18 giugno 2018

Mostra in omaggio a Italo Calvino


LE CITTA' INVISIBILI

OMAGGIO A ITALO CALVINO



23 giugno - 8 luglio 2017
inaugurazione sabato 23 giugno alle ore 17


Palazzo Borelli 

Demonte (Cuneo) 



domenica 17 giugno 2018

Collettiva fotografica a Somano


Dammi la mano

Collettiva fotografica

Elena Consoli / Anna Marconi / Gisella Molino / Pamela Fantinato / Egle Picozzi / Chiara Runci / Trish Korous / Birgit Zartl 

a cura di: Claudio Lorenzoni 



22 giugno 2018 alle ore 19


Confraternita dei Battuti Somano (CN)









[dal comunicato stampa]

“Dammi l’acqua / dammi la mano / dammi la tua parola / che siamo / nello stesso mondo”
Chandra Livia Candiani


La vita la riceviamo, la doniamo; piombiamo nella vita e molte vite piombano nella nostra; spesso nella vita la vita ci capita e più spesso ci capita addosso senza che ce l’aspettiamo, che ce ne accorgiamo.
Questo collettiva fotografica, pienamente al femminile, è in grado di evocare una sorta di narrazione emblematica, di raccontare prima di tutto una rinascita, un farsi vivi nella vita che è già da sempre data, ma che non «è» davvero fin quando non viene scelta, non viene fatta «per noi», fatta «nostra». Non è un tornare indietro, nel ventre della madre, ma un andare nel futuro: rinascita del mondo in ogni uomo e ogni donna attraverso l’ascolto e l’attenzione, preghiera naturale dell’anima. 
Raccontare la vita significa anche affrontare il male, senza condannarlo e senza giudicarlo; sentire quel che è chiamato a sentire chi agisce per il male, interrogarsi sulla voce – sulle voci – che lo chiama; evocare il male e stare, di fronte al male, dargli ospitalità senza chiedere ragioni; rendere onore alla paura. Questa postura innesca una rivoluzione piccola, silenziosa, che si riconnette all’idea di rinascita; suggerisce, e rende più comprensibile, cosa significa l’inevitabilità del bene.












Mirabilia 2018



Arriva l'estate e ci porta la gioia esplosiva di Mirabilia che conquista la provincia cuneese con la sua ventata di creatività .

Quest'anno l'evento, che riscontra sempre più grandi consensi, amplia la sua zona di azione condividendosi su Busca, Savigliano,  Piozzo e ovviamente Fossano.

Da dodici anni la rassegna si evolve con suggestivi linguaggi e territori, affascinando per l’enorme potere sociale delle Performing Arts occasione di incontro, festa e meraviglia. 

Come sempre saranno nuovi e vecchi percorsi, nuove e antiche locations, nuovi e “vecchi” artisti, in un flusso di più ampio respiro, proiettato su lunghe distanze, con salde radici in un territorio unico: il cuneese.

Così dal 16 Giugno al 1 Luglio la provincia di Cuneo viene invasa da oltre 230 spettacoli ed eventi, su 25 spazi diversi in 4 città, con proposte di alta qualità tra cui 2 anteprime nazionali e diverse prime nazionali provenienti da diversi centri internazionali di giocoleria. 

Sarà come sempre un bel viaggio esperienziale, un’avventura condivisa nel profondo delle anime di noi “ÙMAN”, “macchine” meravigliose e sempre sconvolgenti.





martedì 12 giugno 2018

lunedì 11 giugno 2018

Francesco Segreti in mostra a Mondovì


FRANCESCO SEGRETI

Skoríes



16 giugno - 8 luglio 2018


Palazzo di Città

Mondovì (Cuneo)







[dal comunicato stampa]

Sabato   16   giugno   alle   17   nei   saloni   del   Palazzo   di   Città   a   Mondovì Piazza (CN), si terrà l'inaugurazione della mostra Skoríes: un progetto Etharts - Francesco Segreti, che viene proposto per la prima esposizione del 2018 grazie alla collaborazione del Comune di Mondovì. Skoríes   è   una   parola   greca   (σκωρίες)  che  significa   residui.   L'intento   di Francesco Segreti è quello di esplorare l'invisibile intreccio che esiste tra le “scorie” e le “storie” che compongono la nostra vita. A partire da questo gioco di parole si potrebbe dire che la condizione umana è fatta di residui, ruggine. Ruggine, nell'italiano antico sta a significare pensiero, sentimento che offusca e altera   l’obiettività   di   giudizio   e   la   sincerità.   Già   rivelata   da   Dante   e Boccaccio,  ai giorni nostri la ruggine - conseguenza di una frammentazione chimica di elementi - ha mantenuto questo significato, ed è via via sempre più presente in diverse forme materiche o immateriali. In questo senso si può dire che   la   ruggine   sia   la   conseguenza   di   una   crisi,   là   dove   il separare,   il distinguere sono il tratto fondante.
L'evento inaugurale, come la mostra, sarà aperto a tutti: un'occasione d'incontro   tra   chi   è interessato   a   questo   tipo   di   argomenti   con   brevi improvvisazioni   a   sorpresa   sull'esempio dei  “boeuf   artistique”.   Eventi come questo prendono origine da ritrovi di artisti di diversi generi che si svolgevano nel 1925 a Parigi nel cabaret “Le boeuf sur toit” (da cui il nome con cui oggi sono conosciuti). La mostra si aprirà sabato 16 giugno alle 17 e proseguirà fino all'8 luglio, con orari di apertura dal venerdì alla domenica dalle 14,30 alle 19,30, con possibilità di visita guidata a richiesta (per questo si può contattare direttamente l'autore). 
Per     informazioni     e     contatti:    http://www.etharts.com   e   pagine   facebook/linkedin:  etharts   -   francesco segreti



giovedì 7 giugno 2018

Astrid Fremin e Lucio Maria Morra in mostra a Milano


PIETRE & SHODOKA

Astrid FREMIN e Lucio Maria MORRA


presentazione del Maestro Tetsugen Serra



12 giugno - 1° luglio 2018
martedì 12 giugno 2018 alle 18:30


OFFICINA COVIELLO 

Via Tadino, 20 - Milano




ZOOART A.R.C.A. 2018


ZOOART A.R.C.A. 2018





[dal comunicato stampa]

Sabato 9 giugno dalle ore 17.00, all’inaugurazione dei nuovi progetti di ZOOART A.R.C.A. 2018 al Parco giochi della Bocciofila di Cuneo Nuova [mappa].

Il cantiere evento di autocostruzione, a cui sarà possibile partecipare fino al 9 giugno, sarà il coronamento di un lungo processo creativo, condiviso con entusiasmo: 4 mesi di workshop al Politecnico per ideare 10 progetti in grande scala per ripensare il Parco giochi, 1 nuova proposta per un grande gioco per il parco, realizzato nel cantiere di autocostruzione con gli studenti, gli abitanti e Orizzontale, 1 oggetto ludico di design prodotto da Gufram per la Bocciofila di Cuneo Nuova.

Il 9 giugno, vi aspettiamo quindi alla Festa di inaugurazione dei nuovi giochi e alla presentazione dei Masterplan e dei vari progetti degli studenti che chiuderà questo lungo percorso che ha messo insieme attori diversi e grande creatività con un unico obiettivo, dare nuova vivacità alle nostre periferie.

Dalle 18.00 animazione di Elisa Dani e merenda per i bambini.









mercoledì 6 giugno 2018

Prosegue la mostra dei disegni di Ego Bianchi


EGO BIANCHI E IL DISEGNO
UNA RAGIONE DI VITA

A cura di Enrico Perotto




fino al 2 settembre 2018



Ex Canonica del Comune 

Rittana (Cuneo)



Oltre il reale, con ‘mano subcosciente’ 

Quando penso a Ego, e mi capita spesso, quello che ancora continuo ad ammirare di più di lui  
è la capacità che aveva nel disegno.  Ego disegnava come la gente parla. 
Giovanni Gagino 



I  disegni  di  Ego  Bianchi,  come  ha  scritto  Ernesto  Caballo,  sono  la  testimonianza  diretta  di  una  “magica identificazione” tra l’artista e il soggetto raffigurato, che si è espressa grazie all’“immediatezza e nettezza  del tratto”(1). Per il bianco e nero di Bianchi, la critica ha parlato, in generale, di stile apollineo e di rimandi a Matisse, Modigliani e Picasso. Di certo, ha precisato Caballo, “intorno ad Ego erano chiamate in causa le più ingegnose e prestigiose calligrafie mediterranee”, a partire da Ingres e in sott’ordine da Degas, e a seguire anche dai disegni di Utamaro, oltre che da Klee, Moore, Gris, Ernst e Calder. “Amava, dovunque la trovasse, la  bella  linea elegante  che  nella  sua  grazia,  generosità  e  freschezza  sensibilizza i contorni e descrive la forma”. Inoltre, in Bianchi, si nota  “un rapporto biologico con il disegno simile a quello dell’uccello con il  canto:  avrebbe  saputo  miniare  manoscritti  antichi  per  ottenere  un  nuovo  diario,  gremito,  delle  proprie  sensazioni”. L’artista di Castel Boglione sa trasmettere la percezione di stati d’animo con assoluta semplicità di  mezzi,  tanto  che  “alcune  sue  figure  emanano  un  silenzio  illusivo  come  certi  personaggi  bizantini”. L’esercizio grafico è continuo, instancabile e  del tutto  funzionale al miglioramento  del proprio  linguaggio pittorico. Per questa ragione, Ego  “continuava a disegnare anche per esercizio di igiene morale”. Il gesto rapido della mano che delinea figure e forme essenziali si ritrovano anche “nelle ceramiche di Mondovì, di Albissola,  di  Sale  Langhe  e  ne suggeriscono il  modellato”.  E  nella  serie  delle  opere  degli  ultimi  anni,  “la  scioltezza del tratto lo indusse a veri e propri racconti mitologici giocati su vibranti corde ottiche e mentali” e  popolati da  ninfe,  fauni  e  divinità  danzanti  in  mondi  rigenerati  di  bellezza  e  istintività,  idealmente sostitutivi  del  tempo  presente,  di  cui  ci  si  può  anche  scordare.  La  riduzione  dei  segni  in tracciati diagrammatici di volti, corpi e oggetti, spinge Bianchi a “lavorare con una ‘mano subcosciente’”, a sondare cioè  la  dimensione  dell’altrove,  avvicinandosi  persino  al “calligrafismo di  non  pochi  astrattisti”.  Ego  ha saputo  entrare  nello  spirito  delle  cose,  annullando  il  confine interdetto  tra  sogno  e  realtà, per  meglio indagare nel profondo se stesso, ma senza purtroppo incontrare l’apprezzamento che avrebbe meritato da parte della critica e del pubblico.   
Se si considera il Diario dell’artista, che comprende gli anni tra il 1946 e il 1948 (2), si apprende che la svolta nella  ricerca  stilistica  di  Bianchi  è  avvenuta  a  partire  dal  mese  di  maggio  del  1946,  con  la  quarantina  di disegni  realizzati  a  Villa  Novaro  (la  casa  di  cura  a  San  Lorenzo  al  Mare),  che,  come  ha  scritto  Ego, “riassumono tutto il mio sentire, il mio progresso, il mio maturare”. È in dialogo con Anna Picco Bergamo, sua  modella  e  musa  ispiratrice  del  momento, che  Bianchi  prende  coscienza  del  valore  dei  suoi  “disegni introspezionisti”  eseguiti  in  una  notte.  Tuttavia,  Ego  valuta  il  tratto  del  suo  segno  “tormentato,  come tormentato e instabile” è tutto il suo  “spirito”. Tutti quei disegni dimostrano lo stato del suo tormento e solo  dopo  la  morte  di  Anna  (12  novembre  1946)  inizia  per  Bianchi  “un  mutamento  mistico  espressivo  e morale”,
che si è compiuto sempre “nella pace fisica e spirituale di Villa Novaro”. Allora la domanda che si pone Ego è: “quale delle due è la mia personalità espressiva? La forte o la delicata? Ecco l’enigma”. La forza  o la delicatezza, insomma, sono i due estremi espressivi entro cui si collocano sia il disegno che la pittura di  Bianchi. Ego si è lamentato poi della scarsa considerazione riservata “specie in provincia” al “segno grafico”,  mentre in Francia esso “è da tempo rivalutato”, ma anche “in alcuni centri culturali e artistici italiani lo si è compreso e fortunatamente si organizzano mostre di soli disegni”. Altra figura importante per l’evoluzione stilistica della produzione grafica di Ego è quella dell’artista monregalese Francesco Franco, al quale sono destinate alcune apprezzate riflessioni che riguardano le qualità specifiche del “segno grafico del disegno di un artista”, da intendersi “come l’espressione più genuina, più efficace”, che “meglio ancora della parola è immediatamente dopo il pensiero che esprime emozioni, sensibilità, patemi d’animo. Col segno della penna che segue il pensiero, non si mente e non si truffa. Lì resta quello che si pensa e quello che non si pensa più al momento del pentimento. Per questo il disegno è il barometro di un artista. Mostrami i disegni e ti dirò che artista sei e a che grado sei giunto di evoluzione”.   
Con i trentasette disegni inediti di Bianchi, datati tra il 1945 e il 1957 ed esposti per la prima volta a Rittana, i visitatori potranno  accostarsi ad una  cospicua  testimonianza dell’immaginario figurativo e della fantasia più astratta e surreale di Bianchi,  il tutto  rivissuto attraverso semplici linee,  che sanno però  contenere o legare insieme tutto ciò che di umano ci appartiene, cioè la vita, il pensiero e l’azione. In un primo gruppo realizzato tra il 1945 e il 1948, la ‘bella linea’ circoscrive una serie di sei ritratti femminili, sia singoli che in coppia,  in  cui  le  donne  appaiono  sedute  o  sdraiate  su  di  un  letto,  abbandonate  nel  sonno  o  colte  in atteggiamento assorto o ancora sorprese in gesti amichevoli di vicinanza affettuosa. In un secondo nucleo di sei studi ritroviamo  quell’inconfondibile  “danza grafica d’autentico ardito virtuosismo nell’impostazione prospettica  delle  figure,  nel  fluttuare  dei  panneggi,  nella  musicalità  pur  drammatica  delle  posture” (3),  che caratterizza le stazioni della Via Crucis in quattordici piatti in ceramica con i quali Bianchi ha partecipato nel 1953  al  Concorso  d’Arte  Sacra  Ceramica  indetto  dalla  Galleria  San  Fedele  di  Milano  e  intitolato Testimonianza  a  Cristo,  risultando  vincitore  del  Premio  “Richard  Ginori”.  In  un  terzo  insieme  del  1948, spiccano   quattro   interessanti   composizioni   di   nudo.   Le   modelle   sono   mostrate   distese   su   letti   o  inginocchiate,  inserite  in  inquadrature  d’impronta  fotografica  molto  ravvicinate  e  viste  da  angolazioni prospettiche  ardite.  La  figura  di  “Marisa”,  per  esempio,  è  rappresentata  mentre  fuma  e  ha  contorni delineati  prima  a  penna  e  poi  ripassati  con  spessi  ed  energici  tratti  a  pennarello.  Altre  modelle  sono osservate  nel  sonno  o  si  presentano  quasi  à  côté  dell’osservatore,  con  segni  essenziali,  tremolanti, macchiati  di  inchiostro  rappreso,  che  rammentano  le  modalità  espressive  dei  contemporanei  disegni  su carta di un Jackson Pollock in transizione verso il dripping. In un quarto raggruppamento di dieci fogli vari compresi  tra  il  1948  e  il  1952,  si  ravvisano  probabili  scorci  di  spazi  esterni  di  Villa  Novaro,  con  figure  di donne  e  uomini  che  leggono  all’aperto,  oltre  a  schizzi  rapidi  di  palme,  agavi  e  cipressi,  di  fiori  e  piante erbacee,  di  un  interno  desolato  di  sala  operatoria,  di  una  danza  primordiale  liberatoria  al  suono  della siringa di Pan, di un’improbabile e dinamica scena di caccia in stile neopaleolitico, di volti umanoidi filiformi, finalizzati  alla  loro  trasformazione  in  prodotti  ceramici  nella  fabbrica  Besio  di  Mondovì,  e  di  interazioni oniriche  di  mani  e  occhi,  che  rinviano  fantasiosamente  a  Miró,  anche  in  versione  più  astraente  ed enigmatica a tempera bianca su sfondo nero. Infine, completano il quadro generale delle opere selezionate per   la   mostra,   dieci   elaborati   grafici   degli   anni   1954-1957,   appartenenti   alla   serie   dei   “ritratti introspezionisti”.  Raffigurano  volti  di  persone  di  famiglia  o  di  appartenenti  all’entourage  dei  suoi conoscitori  e  collezionisti,  e  sono  profilati  all’impronta,  quasi  in  modo  medianico,  con  segni  rapidi  di pennarello lasciato fluire liberamente su fogli di carta o di cartone riciclato senza soluzione di continuità, ciascuno con una propria e profonda caratterizzazione psicologica.    
Enrico Perotto 


1. E. Caballo, Ego Bianchi, Borgo San Dalmazzo (Cn), 1971, pp. 40-42 (per tutte le citazioni nel testo).
2. Cfr. E. Bianchi, Diario 1945-1948, Edizione condotta sull’autografo, Una premessa di P. Arese, Prefazione critica di E. Perotto, Boves, 2010, pp. 124-
131 (per tutte le citazioni nel testo). 

3. E. Briatore, Ego Bianchi: un impegno aperto e inquieto, in Omaggio a Ego Bianchi, Catalogo della mostra, Palazzo Municipale, Mondovì, 1982, p. 4. 



lunedì 4 giugno 2018

Roberto Andreoli e Claudio Vigna in mostra all'Officina delle Arti




Roberto Andreoli / Claudio Vigna

giochi d'acqua



8 giugno - 7 luglio 2018


Officina delle Arti

c.so Giovanni XXIII n. 24, Cuneo






[dal comunicato stampa]

L’Officina delle Arti Cuneo presenta dal 8/6/2018 al 7/7/2018 una mostra dedicata a Roberto Andreoli e a Claudio Vigna.
I due noti Maestri acquerellisti della provincia Granda presenteranno una serie di recenti opere in una doppia personale, immergendo il visitatore in “giochi d’acqua” e velature di colore trasparente. 
Con l’occasione della mostra verranno organizzati incontri e laboratori con gli artisti.


Inaugurazione venerdì 8 giugno alle ore 18:00
la mostra sarà visitabile fino al 7 luglio in orario negozio, chiuso il sabato pomeriggio.
Officina delle Arti Cuneo, c.so Giovanni XXIII n. 24, 12100 Cuneo
tel: 0171 1988127 – mail: officinadellearticuneo@gmail.com


Lucio Maria Morra


Lucio Maria Morra

partecipa all'esposizione collettiva

Convergenze Parallele



8 - 23 giugno 2018
inaugurazione venerdì 8 giugno alle 18:30
apertura dal lunedì al giovedì 11:00 alle 18:00,
 venerdì e sabato 15:00 alle 20:00


Ossimoro

Via Carlo Ignazio Giulio, 6 - Torino








Ugo Giletta


VOLTO

Radu Belcin / Anya Belyat-Giunta / Aron Gàbor /
Ugo Giletta / Eric Gruber / Marine Joatton

A cura di Lorand Hegyi 


9 giugno - 19 luglio 2018
inaugurazione sabato 09.06.2018 ore 18:00 - 21:00
Apertura: 09.06.2018, 18:00 - 21:00
Esposizione: dal 09.06.2018 al 19.07.2018


Galerie Martin Mertens 

Linienstraße 148 - 10115  Berlin



     

Ugo Giletta - Volto, 2014




[dal comunicato stampa]

La mostra "VOLTO" presenta diverse visioni estetiche e metodi artistici all'interno del disegno contemporaneo, nel contesto dell'interrogatorio sul motivo del volto e le sue connotazioni evocative. Il disegno è diventato negli ultimi anni una disciplina molto frequentata nella prassi artistica contemporanea perché la sua natura personale, intima, sottile, fragile, così come la sua estremamente ricca atmosfera evocativa. Disegnare, come la scrittura, consente improvvisazioni spontanee, la modellazione non definitiva. l'immaginazione liberata e la fantasia radicale aprono dimensioni in diversi territori di esperienze delle realtà. Il disegno si è liberato da ogni obbligo pubblico di creare formazioni definitive, da qualsiasi richiesta istituzionale di monumentalità e solidità materiale, da qualsiasi convenzionale sistema gerarchico. Mentre plasma le figure dal nostro universo interno più intimo e nascosto, il disegno mantiene un dinamismo quasi anarchico, incontrollabile, spontaneo, un'incertezza alquanto inquietante e una magica fluidità delle immagini.

L'intimità sovversiva e un certo carattere autobiografico, anche se latente, del disegno contemporaneo consentono all'artista di rimanere nel suo studio nascosto, di essere altamente personale, segreto, privato e non istituzionale, di lavorare in prima persona, di scrivere - o disegnare - il suo "giornale intimo" senza accettare gli standard moralmente obbligatori. Consente all'artista di trovare la prima forma di un nuovo concetto personale, mai spiegato, lasciarlo entrare liberamente nello spazio incontrollato e nei sogni, seguire percorsi ossessivi di forze interiori, catturare evocazioni enigmatiche e misteriose. La freschezza innocente e provocatoria del disegno, la bellezza della sensibilità immateriale e intelligibile, il potere enigmatico della competenza empatica delle linee creano la forza suggestiva della debolezza, l'efficacia sovversiva della fragilità e dell'incertezza. Il disegno è la celebrazione della sensualità e dell'intensità evocativa nella dimensione piccola, anti-monumentale, anti-gerarchica; la rivelazione dei terreni nascosti dell'anima.

La mostra "VOLTO" è dedicata ad un soggetto vecchio, grande, al tempo stesso familiare ed enigmatico: il volto. Dato il carattere unico, significativamente personale, principalmente singolare, irripetibile, insostituibile, in-scambiabile del volto, è quasi inevitabilmente identificato con l'aspetto esteriore di una persona, con l'immagine di un individuo. L'interrogatorio del significato e del messaggio del volto come motivo centrale di ogni narrativa personale, l'interrogativo dell'enigma della parte visibile, sensuale, fisica, tangibile, vivente del corpo umano o dell'esperienza dell'invisibile. La finzione metafisica e intelligibile dell'immagine umana, come gli aspetti ossessivi, psicologici e patologici del tema dell'Altro sono temi delle opere dei sei artisti invitati di questa mostra. Tutti e sei gli artisti invitati sono consapevoli della complessità della materia, come il pesante contesto storico culturale. Allo stesso tempo, lavorano con questo motivo in un modo completamente sovrano, che apre nuovi territori alla fantasia radicale e attiva connessioni nuove, vivide e non convenzionali tra diversi campi di esperienze. Il loro lavoro è convincente a causa della suggestiva intensità poetica e della complessità intellettuale.



Work-shop con l’artista De Molfetta per ipovedenti e non vedenti


MUSEO DELLA CERAMICA DI MONDOVI' 

Nell’ambito della

MOSTRA OLD BUT GOLD 

Work-shop con l’artista De Molfetta per ipovedenti e non vedenti


Giovedì 7 giugno 2018


Museo della Ceramica

Mondovì (Cuneo)





[dal comunicato stampa]

Il work shop per ipovedenti e non vedenti organizzato nell’ambito della mostra OLD BUT GOLD,  con opere di Francesco De Molfetta, in arte Demo, nasce dal desiderio dell’artista che, conoscendo la collaborazione del Museo con l'Unione italiana ciechi e ipovedenti, ha voluto sviluppare un progetto site specific, con persone ipovedenti/ non vedenti coinvolte in una performance artistica.

“Il workshop con Demo, - dice Christiana Fissore, direttore del Museo della ceramica di Mondovì, - rappresenta certamente uno dei tratti peculiari della rassegna. Coppie formate da un non vedente e un vedente saranno invitate a interpretare, sperimentare insieme e confrontarsi su un tema immaginato da questo sensibile artista. È chiaro che il senso della vista sia tra i sensi più importanti per rapportarsi con l'arte e, più in generale con la vita. È noto che la sua mancanza attivi, attraverso strade alternative, sorprendenti poteziali su cui vale la pena soffermarsi. Medium di questa sperimentazione sarà la terraglia dolce,  il tipo ceramico che ha caratterizzato la storia del distretto ceramico industriale monregalese.  Grazie alla preziosa collaborazione che ho trovato per questa occasione in Simone Zenini,  Presidente della sezione provinciale Unione Ciechi e Ipovedenti, il Museo ha potuto  confermare nuovamente la sua attenzione verso le persone portatrici di disabilità sensoriali . A tal proposito, nel 2016 è stato  creato “Vedere e parlare con le mani”, percorso multisensoriale e multimediale, ad oggi unico nel suo genere nel panorama italiano, che consente un’esperienza insieme visiva, tattile e uditiva ed una comunicazione accessibile a tutti". 


VEDERE E PARLARE CON LE MANI Al Museo della Ceramica di Mondovì un percorso multisensoriale e multimediale, unico nel suo genere in Italia, per ipovedenti, non vedenti, sordi e persone anziane. Il percorso è attivo anche per la nuova mostra “OLD BUT GOLD”, aperta fino al 29 luglio, sulle opere di DEMO (Francesco De Molfetta): raffinate porcellane e terraglie che gettano un ponte tra l'arte classica e la cultura iconografica dei giorni nostri. Alcuni lavori frutto della collaborazione fra l’artista e la ditta moregalese Besio 1842. Si chiama “Vedere e parlare con le mani” ed è il percorso multisensoriale e multimediale del Museo della Ceramica di Mondovì, ad oggi unico nel suo genere nel panorama italiano. Inaugurato nel dicembre del 2016, consente un’esperienza insieme visiva, tattile e uditiva: una comunicazione accessibile a tutti, ma utile in particolare a chi ha disabilità sensoriali. Grazie a un'innovativa tecnica di stampa e all’utilizzo delle nuove tecnologie, i contenuti di ciascun pannello - sia grafici che testuali - sono accessibili a non vedenti, ipovedenti, malvedenti, persone sorde, nell’ottica dell’Universal Design. C' è una perfetta integrazione di contenuti visivi e tattili, con testi in Braille e disegni in inchiostro trasparente a rilievo (appositamente studiati e semplificati per rispondere alle esigenze e specificità della lettura con le mani), sovrapposti a disegni e testi visibili a colori. In questo modo le informazioni visive e tattili si combinano per poter essere lette indifferentemente da ipovedenti e non vedenti, ma anche da un pubblico più ampio, costituendo un esempio di soluzione che garantisce una completa integrazione dei vari pubblici. Anche la grafica della parte visiva è studiata con attenzione alla leggibilità. I testi sono semplici e a grandi caratteri, per fare in modo che le persone con una lieve minorazione visiva o le persone anziane possano leggere facilmente i pannelli. Per i testi è usato il font ad alta leggibilità Easy Reading, studiato appositamente per persone con dislessia. Mediante i codici QR -Code e NFC (Near Field Communication) è, inoltre, fornita una guida audio-video, che aiuta nella lettura di ciascun pannello e ne approfondisce i contenuti. Tale approfondimento storico-artistico è fornito in varie modalità: audio per le persone vedenti e non vedenti, video per le persone sorde (con sottotitoli e traduzione dei testi in LIS - Lingua dei Segni Italiana). Per accedere ai contenuti della guida basta avere con sé uno smartphone o un tablet con connessione internet, con installato un software di lettura per QR. Il progetto “Vedere e parlare con le mani" è stato messo a punto non solo per ampliare l’offerta turistica monregalese, ma anche per dare un impulso alla diffusione del turismo accessibile.


venerdì 1 giugno 2018

Take me a question - Giovanni Kronenberg




L’intervento di Giovanni Kronenberg fa riferimento a un episodio avvenuto nel 2006. Si tratta dell’avvelenamento avvenuto a Londra, mediante una sostanza radioattiva disciolta forse in una tazza di the, dell’ex spia russa Alexander Litvinenko. L’uomo morì tre settimane dopo allo University College Hospital della capitale londinese. In una lettera resa nota dopo la sua morte, l’uomo punta il dito direttamente contro il premier russo, Vladimir Putin, quale mandante dell’esecuzione. 

Nell'ultima conversazione avuta con l'amico Andrei Nekrasov, quando ancora era in grado di parlare, Litvinenko - che nell'ultimo periodo stava indagando sull'assassinio di Anna Politkovskaya, la giornalista russa ferocemente critica del governo di Vladimir Putin e uccisa a Mosca il 7 ottobre scorso - ha sottolineato come il suo avvelenamento sia la prova che nella sua campagna contro il Cremlino aveva colpito le persone giuste. «Questo è quello che succede a chi dice la verità», aveva sussurrato. L'ex spia si riferiva alle accuse contenute nel suo libro The Fsb blows up Russia, in cui aveva sostenuto che ci fossero stati i servizi segreti di Mosca dietro alla sanguinosa scia di attentati dell'agosto del 1999 nella capitale russa, costati la vita a centinaia di persone e utilizzati per giustificare l'inizio della seconda guerra in Cecenia. Ai misteri sui mandanti dell'uccisione dell'ex spia - il Cremlino ha bollato come “sciocchezze” le teorie secondo cui ci sarebbe la leadership di Mosca dietro la sua morte - si aggiunge il mistero sulla sostanza con cui è stato avvelenato.

Quella di Alexander Litvinenko è dunque una spy story ancora oggi irrisolta, degna di un film di 007. Una notizia che ha trovato immediato interesse da parte della stampa internazinoale che, in maniera del tutto stereotipizzata, ha dato ampio spazio a un evento tragico dai contorni inquientanti.
Giovanni Kronenberg decide di tornare a riflettere su questo evento in maniera provocatoria. L’immagine scelta per l’intervento nell’ambito di Take me a question è quella dell’uomo russo, deformata digitalmente attraverso una tecnica che ci fa pensare in maniera quasi immediata a quanto da bambini eravamo soliti fare in maniera ludica e divertita, utilizzando lo scotch per deformare la mimica del nostro volto. L’azione che compie in questo caso l’artista si proietta tuttavia ben oltre, generando riflessioni e significati a più livelli. L’immagine Alexander Litvinenko volutamente modificata, rimanda in prima istanza al veleno che ha devastato il corpo del russo. La brutalità di un volto divenuto orribile ci ricorda la spietatezza del potere, sia esso manifesto o occulto. Inoltre, l’accento che implicitamente si vuole porre è quello rivolto alla distorsione che il sistema dei massmedia possono esercitare sulla nostra capacità di osservazione e su quella di giudizio nei confronti della realtà. Nell’accostare frammenti che rompono l’integrità di un volto, Giovanni Kronenberg ci porta a riaprire gli occhi, ci invita a osservare meglio e a ricomporre gli eventi del nostro tempo partendo dai frammenti che faticosamente è necessario individuare per ricostruire la verità delle cose.  (Contributo critico di Andrea Lerda)


Esiste un paradigma indiziario, utilizzato non solo da spie e da detective in giro per il mondo, ma di uso comune anche tra visionari, artisti, critici e scrittori. Tale paradigma si basa su un’indagine per piste, tracce, indizi. Richiede un’osservazione dettata dagli occhi del cervello e da una diagnosi scientifica. In casi come questi, l’indagine è rivolta spesso allo statuto dell’immagine. Nella mia indagine  cercavo di risalire  a quella  dell’artista Giovanni Kronenberg, che bizzarramente aveva deciso di proporre per un progetto pubblico in un piccolo paese italiano  l’immagine di una spia dal volto coperto di scotch. Più precisamente, si tratta del ritratto di una spia russa uccisa per avvelenamento nel 2006. L’immagine è stata ricavata dalla sua fagocitazione/ stereotipizzazione  operata dai media e poi mutuata per intervento grafico e per assimilazione alla serie Monster dell’artista Douglas Gordon. Uno degli indizi che posso fornire al pubblico è forse la sua post-produzione. Come la figura reale della spia, quella costruita dai media e infine quella per intervento dell’artista (non diretto) agiscono sulla realtà.  I mostri, come in questa immagine, ci offrono la vita e la morte della realtà, contribuisco a costruire storie e a nasconderne altre. (Contributo critico di Sonia D'Alto)

Giovanni Kronenberg nato a Milano nel 1974 vive a lavora a Milano.
Il suo lavoro è stato esposto in gallerie , fondazioni e musei tra cui si ricordano Renata Fabbri arte contemporanea di Milano (2017), Z2o Sara Zanin di Roma(2016), Studio Guenzani di Milano (2012, 2007, 2006), la galleria Fuoricampo Bruxelles (2014), il MAXXI di Roma (2007), il MACRO di Roma (2012), la Nomas Foundation di Roma (2012), l'istituto culturale Polacco di Roma (2015), il Museo di Arte contemporanea di Lugano (2009), la basilica Palladiana di Vicenza (2013), il Foro Italico di Roma (2014), la Fondazione Spinola Banna di Torino (2008), la Fondazione Ratti di Como (2003), la Fondazione Sandretto di Torino (2011), Arte all'arte/Galleria Continua di S.Gimignano (2005), e Viafarini a Milano (2005 e 2004). Sul suo lavoro hanno scritto critici come Alessandro Rabottini, Simone Menegoi, Davide Ferri.

INTERVENTO #04
2-26 GIUGNO 2018 / GIOVANNI KRONENBERG
con un contributo critico di Andrea Lerda e Sonia D'Alto
Crediti: Galleria Sara Zanin, Roma e Renata Fabbri Arte Contemporanea, Milano